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Cronaca di un breve viaggio PDF Stampa E-mail
Ore 6.15 di un giorno qualsiasi a Roma, largo Pugliese, capolinea dell'autobus 69 in servizio fino a piazzale Clodio.

Numerose persone attendono sedute la partenza del bus. In piedi, anch'io, aspetto ormai da circa dieci minuti. All'improvviso arriva l'autista. Con tono perentorio ci invita a scendere subito: “La vettura non parte più. Bisogna attendere un'altra”. Con pazienza scendiamo tutti tra qualche mormorio di velata protesta. Ma, a quest'ora del mattino, nessuno ha voglia di litigare. Attendiamo fiduciosi l'arrivo di un altro bus. Qualcuno, esperto dei percorsi Atac, cambia linea. I molti rimangono e, alla fine, sono premiati. Finalmente si parte. La vettura, com'è definita in gergo atachese, è già piena, ma non importa. Effettua lo stesso tutte le fermate caricando più passeggeri che può. Più siamo e meglio stiamo, cantava Arbore. Noi, invece, siamo ammassati bene, bene. L'olezzo delle persone, nemiche del sapone, si espande fino ad impregnare per bene il bus.

Tutto procede abbastanza bene fino ai Prati Fiscali ove salgono alcune donne di colore.

L'autista non ha ancora fatto in tempo a chiudere le porte che si sente un “porcoooo“ aleggiare nell'aria seguito da parolacce in una lingua ignota a tutti. Dall'invocazione dell'animale, i due, una donna nera e un uomo bianco, estimatore e propugnatore della “mano morta”, passano alle urla contraddistinte da epiteti molto colorati, il più gentile dei quali è il classico “figlio di una m....”. La lite termina quando la donna accusa l'uomo di essere xenofobo. Evidentemente il palpeggiatore non comprende il significato della parola e ritiene opportuno scendere alla prima fermata.

Intanto altri viaggiatori salgono. Il bus è strapieno. Quanto rimpiango l'esposizione del cartello COMPLETO che, al passaggio del bus, t'invitava tacitamente ad attenderne un altro, meno affollato. Oggi non si usa più. Perché?

Al capolinea di piazzale Clodio affronto, spero, l'ultima lotta. Scendere da un bus stracolmo non è facile, richiede una certa abilità che io ho perso. Bisogna sgomitare e superare indenni la barriera umana di coloro che, sul marciapiedi, attendono impazienti di salire e di sedersi. Vengo travolto dai miei colleghi di viaggio e, con molta pazienza, faccio passare tutti. Perdo, così, la coincidenza con il bus 23 partito per piazza Risorgimento. Attendo un buon quarto díora tra la gente oramai bella sveglia, sono le 7.05, e adirata contro il Sindaco e l'Atac che non effettua corse più frequenti. Se si potesse votare in questo preciso istante, Alemanno perderebbe la riconferma a primo cittadino.  Sul più bello, sopra lo stretto marciapiedi divisorio delle carreggiate percorse dai bus, appare una donna, abbastanza carina, vestita, ad occhio, con meno di un metro di stoffa. La visione distoglie gli uomini dalle proteste. Alemanno e l'Atac sono salvi. Nessuno pensa più a loro. Le donne, in verità poche, la guardano di sottecchi, arricciano il naso e dalle loro bocche scappa un “maaa” che non vuol dire niente ma ti fa capire tutto. L'interessata non presta attenzione a nessuno e sale sul 23. Mai tragitto è stato più tranquillo e pieno di gentilezze. Tutti le cedono il posto. Tutti assumono un tono pacato e tutti le vogliono stare vicino per godere dell'inusitato, quanto inatteso, spettacolo. Un suggerimento all'Atac: perché non sguinzagliare sui bus di Roma un centinaio di queste ragazze? Dopo alcune fermate la donna scende. I repentini commenti li risparmio e tutto torna come prima.