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Home In odore di santità Sr Maria Arcangela del SS.mo Sacr.
Sr M. Arcangela del SS.mo Sacramento PDF Stampa E-mail
Suor Maria Arcangela del ss.mo Sacramento (1631 - 1688)

Suor Maria Arcangela del ss.mo Sacramento lottò con costanza per rispondere pienamente alla chiamata del Signore alla santità. La cronista fa memoria di una certa sua incostanza iniziale perché alternava periodi di ardente fervore a periodi “in cui si intiepidiva ne’ santi esercizi”. Quando le compagne la vedevano darsi agli esercizi comuni dicevano: “A vostra carità sono volate le ali”; quando invece ritornava ai primi fervori: “il serafino ha inalzato il volo”.
E’ nata a Roma nel 1631 da Ettore Orsini e da Luisa Schiardi che, al battesimo la chiamarono Clelia. A quattordici anni vestì l’abito religioso, il 16 luglio 1645, dopo essere stata educanda nel monastero dell’Incarnazione. Il 15 agosto 1646 professò solennemente e ricevette il velo dalle mani del confessore. Si diede subito all’esercizio di tutte le virtù; “e quando il Signore le diede il dono della perseveranza”, si mantenne costantemente nella pratica della perfezione.
Gioiva nel prestare servizi a tutte le consorelle, “anche converse”, senza alcun risparmio di fatica. Allo scopo aveva ottenuto una licenza straordinaria per lavorare fuori orario: si svegliava di buon’ora per “andare ad accendere il fuoco per fare le bugate, portava la legna e lavava tanto che”, quando giungevano le consorelle, “trovavano già fatta la prima caldaia. Era di dolci maniere con tutte” ed era così sottomessa che tutte potevano farle delle osservazioni per migliorare la sua condotta. Non si giustificava mai, ma rispondeva umilmente col sorriso sulle labbra: “E’ vero, avete ragione; mi voglio emendare, veramente non ne fo una diritta”.
Evitava con scrupolo l’ozio procurando di essere sempre occupata o nella preghiera o in qualche lavoro: non solo si levava prima delle altre ogni mattina, “ma neppure l’estate il giorno riposava, ma rinserratasi in cella, stava con Dio negoziando il suo profitto spirituale. Componeva e scriveva meditazioni, novene ed esercizi devoti, specialmente in onore della Beata Vergine Maria”.
Per ordine del confessore si privò di tutti i suoi scritti, che furono conservati nella libreria del monastero.
Amava teneramente la Madonna che chiamava con affettuosa familiarità: “Mamma mia”. Si ritirava spesso a pregare “nel coro della notte” davanti a un’immagine ritenuta miracolosa. Il 15 agosto del 1684, nel rinnovare la professione religiosa fatta trent’otto anni prima, si offrì a Gesù come vittima di olocausto e alla Madonna in schiava perpetua.
Fuggì sempre gli uffici maggiori. Col permesso del confessore voleva fare il voto perpetuo di non accettare mai di essere eletta priora; ma questi, per prudenza, glielo faceva rinnovare ogni quattro anni. Nel 1688, poco prima del capitolo elettivo, sentì che si faceva il suo nome per l’ufficio di priora; per scongiurare questo evento, ricorse con fiducia “all’immagine della Madonna del coro della notte” e “s’infermò con varie indisposizioni, tanto che la ridussero a essere disperata dai medici”. Gli ultimi tre giorni perse anche la parola, ricevette i sacramenti, e, “durante la lettura del Passio, alle parole et inclinato capite, emisit spiritum, ella ancora lo rese al suo Creatore”, il 18 maggio 1688 non ancora sessantenne (1).

(1) A.P.G., Post. IV, 40, Vitae, ff. 10v-11v.