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Home In odore di santità Sr Maria Benedetta di s. Michele Arc.
Sr M. Benedetta di san Michele Arc. PDF Stampa E-mail
Suor Maria Benedetta di san Michele Arcangelo (?- 1702)

Una figura semplice, ma molto simpatica, è suor Maria Benedetta di san Michele Arcangelo, al secolo Maria Cecilia, figlia di Tomaso Tomasi, un nobile cittadino dell’Isola di Cipro, da dove era fuggito per porre in salvo la sua fede cristiana, messa in pericolo qualora fosse rimasto con i Turchi invasori. Per aver abbandonato quanto aveva, si trovò nella più squallida miseria; e, venuto a Roma, fu preso sotto protezione del card. Antonio Barberini.
Sposatosi “con una onorata donna” ebbe cinque figli: due maschi, che si erano dati alla musica e morirono in età giovanile, e tre femmine, l’ultima delle quali era Maria Cecilia. La cronista descrive i tratti della sua vita con tanta passione da dimenticarsi persino di darci il giorno e l’anno di nascita e la data della sua professione religiosa.
“Dall’infanzia fu inclinata alla devozione, alla modestia e alla solitudine; fuggiva la conversazione anco delle proprie sorelle, ritirandosi nelle rimote parti della casa per godere (come ella diceva) la conversazione di Gesù”. Era laboriosa e metteva da parte quanto guadagnava “per donarlo a Gesù”; mentre le sorelle “se lo spendevano in nastri e vanità”.
Quando queste si furono sposate, i genitori sollecitavano Cecilia a scegliersi il proprio stato, ma ella pregava perché il Signore le manifestasse la sua volontà. “Stando un giorno in preghiera, sentì una voce che le disse: ‘Maria Cecilia, hai da essere mia sposa’. Il contento che sentì, non si puole esplicare. Si diede maggiormente agli esercizi divoti e alla frequenza de’ ss.mi sacramenti”; e ai genitori ripeteva: “Io non voglio altro sposo che Gesù”.
“Un giorno fu bussato alla porta di casa e i genitori mandarono giù a vedere chi era. Ed un tale (o fusse demonio o altri) la cominciò a lusingare e persuadere di accettare le sue nozze. Al che ella esclamò: Gesù, Gesù mio, aiutatemi’; e serrandoli la porta in faccia, corse subito al suo oratorio sul soffitto di casa, ove genuflessa si pose a ringraziare con lagrime Sua Divina Maestà di averla liberata da quella occasione”.
Su indicazione di donna Costanza Magalotti, nel 1640 entrò nel monastero dell’Incarnazione e, presentandosi alla Madre Priora, le consegnò i suoi risparmi: “Madre, questo ho ricavato dalli miei lavori e fatiche; mi dispiace di non aver altro per dare al Signore, che se più avessi avuto, più li darei”.
Vestì l’abito il 16 luglio 1641 come sorella conversa; e, la mattina della vestizione, la Priora le suggerì di chiedere al Signore, durante la cerimonia, la grazia “per la sanità di una fanciullona di setti anni [Costanza Quaratesi]  comunicata quella mattina la prima volta per viatico e già spedita dai medici”. Maria Cecilia supplicò il Signore durante il canto del Veni Creator Spiritus e ottenne la grazia “per la Costanzina” che, in seguito, divenne monaca all’Incarnazione col nome di suor Maria Teresa della SS.ma Trinità.
Attendeva al suo lavoro di cucina con molta attenzione ed esattezza, dandogli un significato spirituale: “Mentre cucinava e spartiva le porzioni, se la passava in silenzio e sante considerazione; preparando le pietanze, quella che faceva per la Madre Priora, s’immaginava farla per cibare spiritualmente Gesàù, quella per la madre sottopriora per la beata Vergine, l’altre per la comunità le faceva per li santi Apostoli. Altre volte per li poverelli o per l’anime del Purgatorio, eseguendo ciò con molta diligenza e devozione”.
Viveva continuamente alla presenza del Signore; e alle consorelle che, meravigliare, le chiedevano quale metodo usasse, rispondeva con semplicità: “procuro sempre di operare per Dio e con esso conversare”; e allo scopo valorizzava ogni più piccolo atto. Per conservare il raccoglimento, mortificava con somma cura la curiosità tanto che, la chiamavano Maria Cecilia, e poi religiosa Maria Benedetta, dagli occhi cuciti”.
Le era stata affidata la custodia del giardinetto di san Caio ove, ciò che vi piantava, cresceva a meraviglia: fiori e piante da frutto. Su ogni cosa faceva le sue considerazione: la rosa la spingeva a chiedere al Signore “un acceso amore”; il giglio e il gelsomino “la purità interna ed esterna”; “il garofano, che le sue azioni fossero tutte odorifere al suo Gesù. E così di frutti e pomi…E il Signore sempre le comunicava nuovi affetti, lumi, desideri ed efficaci considerazioni”. Era tanto il suo amore per il Signore e continua la sua unione con lui che “il confessore gli ordinò in quest’ultimo [tempo] di comunicarsi ogni mattina”.
Eppure una creatura così semplice e amabile, che era vissuta solo per il “suo” Signore, doveva chiudere la vita terrena tragicamente: “Un giorno…se ne andò al giardino di san Caio per adequare agrumi e fiori, come fece; ed era solita alfine riposarsi sedendo sopra la sponda della vaschetta di dove prendeva l’acqua da innaffiare… Era sola, si pose a sedere come al solito; o si ponesse troppo in dentro, o li venisse qualche accidente, Dio lo sa, vi cascò colla faccia verso il cielo, senza potersi aiutare, e vi affogò”. Era il 31 agosto 1702 (1).

(1) A.P.G., Post. IV, 40 Vitae, ff. 19v-21r.