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Home In odore di santità Sr Maria Grazia di s. Clemente
sr M. Grazia di s. Clemente PDF Stampa E-mail
Suor Maria Grazia di san Clemente (1684- 1732)

Degna di memoria è suor Maria Grazia di San Clemente, appartenente alla famiglia Albani. Nacque a Urbino il 7 agosto 1684 da Orazio, fratello di Clemente XI, e Bernardina Onedei. Olimpia, così fu chiamata al battesimo, fin da fanciulla fu incline alla pietà, al raccoglimento e alla sopportazione della sofferenza; pur dotata di un naturale allegro e brioso, tuttavia amava stare ritirata.
Si intratteneva col fratellino Annibale, maggiore di due anni, in giochi di devozione: lui imitava i missionari e raccontava alla sorellina fatti spaventosi, esortandola a convertirsi; lei prendeva tutto sul serio, si compungeva fino alle lacrime. Una volta nel gioco fu colpita alla testa, e per non far rimproverare il fratello e per il desiderio di soffrire, tacque finché non le venne un’infezione.
 Nel 1693 venne a Roma con i suoi familiari e conobbe lo zio cardinale Gianfrancesco, futuro papa Clemente XI; questi ammirò molto lo spirito e l'indole della nipotina. All'età di dieci anni fu ammessa alla prima comunione; cosa rara a quel tempo. Si ritirò all'istituto del Bambino Gesù per prepararsi e lì fu celebrata anche la cerimonia. Poco dopo fu messa a scuola presso le Orsoline.
Da giovinetta era alquanto riservata; né dava né riceveva confidenze eccessive. Benché per l'addietro si fosse dimostrata alienissima alle vanità del mondo e incline allo stato religioso, col crescere degli anni sembrò gustare la libertà e le vanità giovanili; ma a dodici anni pregò lo zio cardinale di affidarla a un monastero, procurando un grande dispiacere alla mamma che godeva della sua piacevole compagnia.
Così, appena dodicenne, entrò nell'educandato del Monastero delle Barberine dove, per tre mesi, non fu vista mai contenta, benché simulasse; in seguito però amò molto quel luogo di preghiera e di perfezione. Ebbe per direttore spirituale un religioso teatino che la liberò dalle angustie e dalla paura di essere dannata per i suoi peccati. Poi si affidò alla direzione di un padre domenicano che, nella perplessità di scelta fra le domenicane e le carmelitane, la consigliò di rimanere dove si trovava.
Divenuto papa lo zio, i parenti pensavano di collocarla in matrimonio con un nome illustre, ma ella rimase ferma nella sua scelta. I genitori, però, non furono contrariati; l'accompagnò al monastero suo padre, poiché la mamma era ammalata. Il 25 marzo 1702, festa della ss. Annunziata, lo zio papa, dopo aver partecipato alla festa in chiesa con la comunità, passò in convento per visitarla ed  esaminarla nella vocazione. L'anno dopo, nella medesima festa, il papa le diede l'abito religioso per l'inizio del noviziato ed ella prese il cognome religioso di san Clemente in omaggio allo zio; al termine della cerimonia, la mamma l'abbracciò con grande effusione. E il 25 marzo del 1704 emise i voti solenni nelle mani del papa e da lui prese il velo.
Il cardinale Annibale, suo fratello, "in occasione della nuova fabbrica [una parte del monastero] rinnovò tutte le tavole, spalliere, sedili e la porta di noce del refettorio per la spesa di 1648 scudi".
Terminato il giovanato le fu dato l'ufficio di sagrestana; poi ebbe il compito di accompagnare in clausura le secolari e, in seguito, fu fatta maestra delle converse, alle quali attese con zelo e somma carità, non mancando di procurar loro tutto il sollievo che poteva.
Aveva uno spirito virile: la perdita dei suoi più stretti congiunti l'accettava non meno rassegnata che generosa, reprimendo persino le lacrime per non concedere alla natura nemmeno il conforto di questo sfogo.
Attese le continue infermità, fu costretta a dimorare alcuni mesi nell'infermeria ed essere dispensata da tutti gli atti comuni; ma  a ogni miglioramento riprendeva subito la piena osservanza. Sembra che Dio in ogni tempo le abbia offerto l'occasione per patire; fattasi religiosa, vi aggiunse anche le penitenze volontarie, fuggendo ogni comodo. La fortezza dimostrata nelle sofferenze era oggetto più di ammirazione che di imitazione.
Anche nell'obbedienza fu sempre sottomessa ai confessori, padri spirituali e superiori; nei loro ordini trovava la sua serenità la sua pace; caso mai qualche croce le venne quando questi ordini erano in contrasto fra di loro.
La sua conversazione era non meno di sollievo che di profitto, poiché nell'allegria introduceva spesso discorsi spirituali, parlando delle virtù, a cui spronava le altre col suo esempio, specialmente le giovani.
Di Dio aveva un concetto così elevato che, parlando di lui e della Sacra Scrittura, non le piaceva che fossero usate immagini non adeguate, poiché Dio e le sue qualità sono del tutto sublimi. Non ne aveva soltanto un'idea elevata, ma era la sua continua aspirazione. La speranza della sua eterna salute era fondata sul Sangue Preziosissimo di Gesù e nella sua misericordia. Pensando al cielo recitava: "E' già stanca l'anima mia - di viver forme terrene- avidissima desìa -vagheggiare il Sommo Bene". Era così accesa dell'amore di Dio che il p. Alessandro Bussi la chiamava Serafina dell'amore divino.
Le opere che riguardavano il culto le eseguiva con diligenza e ordinatezza; avendo cura di una cappelletta della Madonna, cercava sempre di rinnovarle gli arredi per onorare la madre celeste.
Nell'ottobre del 1731, quando si ritirò per gli ultimi esercizi spirituali, era così estenuata e mal ridotta in salute che pareva mancasse a ogni momento. Ma da un po' di tempo la sua salute aveva segnato un visibile peggioramento: "Oltre allo sconvolgimento dello stomaco, cominciò a consumarsi in modo che, essendo alta di natura, pingue e complessa, le restò la sola pelle sull'ossa".
I medici diagnosticarono "un cirro al fegato".
All'inizio del nuovo anno, non potendo più reggersi, si mise a letto e vi rimase fino a primavera. Col beneficio del latte migliorò tanto che potè alzarsi e scendere ogni mattina, "col merito dell'ubbidienza, per comunicarsi, però con sommo suo gradimento". Il resto della giornata lo passava in cella lavorando con altre, ma in silenzio per la difficoltà di parlare a causa dell'oppressione del petto.
Il 20 giugno ebbe "una stretta di convulsioni così terribile, che mancandole il respiro" fu sul punto di morire; e il medico disse che "in uno di questi insulti poteva morire". Durante questa malattia la visitarono più volte i fratelli cardinali e la principessa cognata, come pure alcuni religiosi; tutti rimanevano edificati della pazienza e rassegnazione.
Il giorno di san Giacomo ricevette il viatico. Al padre visitatore disse: "siamo arrivati finalmente a quello che tanto ho desiderato". E alla sua esortazione a rassegnarsi alla volontà di Dio replicò: "Ho scrupolo perché non so se sia amor proprio, che mi pare di patire e morire volentieri, ma può essere che siano idee della mia mente".
Ricevette l'unzione del Santo Padre in artuculo mortis. Migliorò per qualche giorno ma alla fine, sentendosi oppressa, chiese di essere sollevata. Il padre visitatore le disse che non era più tempo di cercare sollievo dalle creature, ma solo Dio poteva darglielo. Con la sua solita pace e rassegnazione rispose: "Sia fatta la volontà di Dio".
Non parlò più, ma tenne gli occhi fissi sul Crocifisso che fu di santa Maria Maddalena ed era portato a tutte le religiose moribonde.
Atteggiando la bocca al sorriso e congiungendo le mani sul petto "placidamente spirò senza un minimo moto" alle ore 22 e un quarto del 31 luglio 1732.
Il giorno dopo il card. Annibale -suo fratello- mandò un pittore a ritrarre le sue sembianze.(1)

1) A.P.G. Post. IV, 47, Suor Maria Grazia, ff. 119r-134r.