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Santi & dintorni.
A cura di Vittorio Formenti

I FIORETTI DI PAPA FRANCESCO

   Sono trascorsi oltre otto secoli da quando Frate Giovanni da Marignoli, con alone fiabesco e serafico,  ha scritto i “Fioretti” di San Francesco d’Assisi, presentandoci un esempio di  vita evangelicamente cristiana, fondata sui valori fondamentali dell’umiltà, della carità, dell’amore di Dio, della rinuncia ai beni del mondo e della comunicazione fraterna con tutti gli uomini, gli animali e gli elementi del creato.
   Un altro Francesco il quale, per usare le parole del nostro Direttore sul precedente numero di “Si”, “si è già conquistato l’ammirazione di tutti” offre un’infinità di spunti per la stesura di nuovi fioretti legati a parole, scelte e gesti semplici, ma che hanno immediatamente creato una sintonia straordinaria del nuovo “Vescovo di Roma”, come egli preferisce definirsi, con le persone della quotidianità e della strada. Cominciando proprio dalla coraggiosa scelta del nome. Cassato, secondo la secolare tradizione della Chiesa cattolica, il proprio nome di battesimo, Jorge Mario, il riferimento al nome scelto come successore di San Pietro è stato da lui giustificato con il suggerimento del Cardinale che, in conclave, pare essere stato il suo sponsor principale, il brasiliano Claudio Hummes, guarda caso religioso francescano. Durante la conta dei voti che prefigurava ormai la sicura elezione dell’Argentino, costui gli rammentò il dovere di privilegiare i poveri nel suo ministero petrino. E immediatamente dopo l’ “accepto” , parola latina che dà di fatto inizio al pontificato del nuovo eletto, e la scelta dirompente del nome, ha subito rifiutato di indossare la mozzetta rossa orlata di ermellino, sia pure sintetico (con buona pace per gli animalisti), e successivamente le scarpe rosse by Prada.
Ma anche il primo saluto alla Loggia delle Benedizioni, con quel “Fratelli e sorelle, buona sera!”, ha rappresentato una novità, seguita dalla singolare richiesta di preghiera silenziosa da parte della folla presente in piazza San Pietro improvvisamente ammutolita, e dai primi gesti di un Papa che ha iniziato subito a stupire causando preoccupazioni a non finire al pur rodato apparato di sicurezza vaticano.

    La sua elezione, per i credenti, ha costituito uno schiaffo ai giornalisti di tutto il mondo, ai quali lo Spirito Santo non ha evidentemente chiesto alcun parere. Ma tutti avevano dimenticato in fretta che, già durante l’elezione di Papa Ratzinger, il gesuita Jorge Bergoglio aveva inizialmente raccolto il voto di numerosi Cardinali elettori, quando nel 2005 si profilò la rottura di una tradizione non codificata secondo la quale la Compagnia di Gesù non poteva contare sull’elezione a Papa di un  suo adepto. Tutti immaginavano, evidentemente, che l’età del Cardinale argentino e le condizioni di salute -la resezione a vent’anni di parte di un polmone per una grave infezione- ne sconsigliassero un secondo tentativo di elezione.

   I fioretti relativi alla fase di vita precedente di Papa Francesco sono subito rimbalzati da Buenos Aires, dove tutti erano a conoscenza che egli aveva scelto, come pastore, di non abitare nel palazzo vescovile bensì in un modestissimo appartamento dove si gestiva preparandosi i pasti e lavando i piatti, dopo avere rinunciato anche all’autista preferendo l’uso dei mezzi pubblici della città per recarsi nelle periferie della megalopoli, ove incontrava i suoi più affezionati interlocutori, i poveri, i disoccupati, i senza fissa dimora con i quali, dopo la preghiera, condivideva la consumazione di cibi semplici preparati dai volontari, non disdegnando anche di improvvisare con loro il ballo di un tango. A loro ha lasciato in dono la sua modesta biancheria personale, unica ricchezza posseduta oltre a tanti libri, con le camicie che non hanno mai mostrato gemelli d’oro ai polsini, ma solo due semplici bottoni di madreperla. Minuscoli dettagli certo, ma assai significativi quale anticipazione della scelta di continuare da Papa a portare al collo  una croce di ferro e come sigillo piscatorio un semplice anello in argento.
   I primi fioretti attestano la sua volontà di rinunciare all’automobile targata SCV1, di voler saldare il conto alla Casa Internazionale del Clero per la sua permanenza prima del conclave. Sono poi continuati con la scelta di continuare ad abitare, almeno per ora,  in tre stanze alla “Domus Sanctae Marthae” dove porta la brioche allo Svizzero che fa da guardia alla sua dimora, e di trascorrere il giovedì santo con i giovani ospiti del carcere minorile romano di Casal del Marmo, dove ha lavato e baciato i piedi a dodici di loro, tra i quali due di religione islamica e due donne. Naturalmente sono subito arrivate le critiche salaci  dei tradizionalisti cattolici i quali, a proposito del Vescovo di Roma,  hanno scritto in un loro sito: “Il populismo, il pauperismo e la demagogia lasciano il tempo che trovano”. Forse costoro dimenticano che Francesco  è un gesuita colto, plurilaureato e già docente universitario, il quale da sempre vive con coerenza il carisma di una spiritualità strutturata da secoli all’interno della Chiesa cattolica, pur se talvolta disattesa. La semplicità e l’umanità di una persona rappresentano peraltro il sogno di una Chiesa povera ipotizzata da tanti altri Pastori e semplici fedeli impegnati per la crescita del regno di Dio nelle frontiere avanzate della cattolicità, quale prezioso retaggio e frutto prelibato del Concilio Vaticano II voluto da un altro Papa al quale Francesco pare tanto somigliare: il Beato Giovanni XXIII, passato alla storia, guarda caso, con la nomea di “Papa buono”.