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Santa Teresa Margherita Redi PDF Stampa E-mail
Anna Maria Redi (1747-1770)

“Nacque ad Arezzo dalla nobile famiglia Redi, il 15 luglio 1747. Formata ad un profondo spirito di pietà, all’età di sei anni poteva dirsi già una piccola contemplativa che domandava a chiunque fosse in grado di risponderle: “ditemi, chi è questo Dio?”. La sua inclinazione al raccoglimento e alla preghiera si accentuò durante gli anni dell’educandato, trascorsi nel monastero benedettino di S. Apollonia in Firenze, dove ricevette una discreta istruzione liturgica, mentre la sua vita spirituale si approfondiva nella pietà eucaristica e mariana e nella devozione al Sacro Cuore. Rientrata in famiglia, manifestò la sua vocazione al Carmelo, vocazione di cui aveva avuto certezza negli ultimi mesi di educandato e il 1 settembre 1764 entrò nel monastero di “S. Teresa” in Firenze, dove vestì l’abito carmelitano l’11 marzo 1765, col nome di Teresa Margherita del Sacro Cuore di Gesù.
A ventidue anni una peritonite le troncava la vita, il 7 marzo 1770.
Pio XI la beatificò il 9 giugno 1929 e la canonizzò il 13 marzo 1934.


Si festeggia la sua memoria il 1 settembre.

Vita spoglia di avvenimenti e di qualunque “sovrastruttura” straordinaria, radicata nell’ humus teologale che le permise di penetrare le più alte verità dogmatiche in una purità di fede divenuta esperienza contemplativa; vita priva di documenti dottrinali ma che accesa e consumata dalle sete di amare il suo Dio, dimostra una volta di più che Dio non si raggiunge con l’intelletto ma con l’amore”
(Ludovico M. Saggi, O. Carm., Santi del Carmelo, pp. 370-374).

“Fino dai primi accelerati momenti dell’uso di sua ragione, fu dall’Amore divino talmente dominata, che non seppe mai volere né amare né operare né creare cosa alcuna fuori di Dio, e che andò poi tanto in lei crescendo questo fuoco divino, che nulla incontrò di aspro, difficile e penoso che mediante quello non superasse coraggiosamente, e che la morte stessa del corpo fu l’ultima consumatissima vittoria di quel nascosto incendio, onde sembra che ben le si possano applicare, secondo l’intelligenza di S. Agostino, quelle parole del Deuteronomio: ‘Dominus Deus tuus ignis consumens est’” (Dal “Processo Ordinario”, 1220).

La sua personalità si forgiò in un ambiente decisamente carmelitano, pieno di fervore e carico di vita. Dentro il Carmelo Anna Maria si sente nel proprio centro. Nel fervente monastero trova i mezzi più adeguati per realizzare la sua vocazione contemplativa. La totale obbedienza, lo spirito di spogliamento e di distacco, la purezza e la generosità delle sue madri e sorelle la riempiono di ammirazione e di rispetto e lo sente, e lo manifesta, a confessori e maestre: si ritiene indegna di vivere in mezzo a loro. Da questa profonda umiltà derivava il bisogno di mettersi al di sotto di tutte, di farsi la piccola serva di quegli ‘angeli’ e questa sarà per lei una grazia, che si tradurrà nel positivo proposito e nella pratica instancabile di una operosissima carità. Quest’umiltà non le impedisce di gustare una purissima gioia interiore, che trasparisce dal suo stesso contegno. La sua gioia più grande è di abitare nella “Casa” di Gesù: dopo il coro, dove lo trova vivo, ama la cella, così silenziosa e spoglia, in cui sa che Egli vive con lei, nella solitudine che la Regola impone.

Nell’anno del noviziato avviene la sua fioritura alla grazia: costante nascondimento, obbedienza totale, delicatissimo spirito di povertà e, soprattutto, fedeltà “a costo di qualunque ripugnanza”. È impaziente di essere tutta di Dio e solo un mese dopo la vestizione ottiene dal confessore ordinario di pronunciare i voti privati. Lo spirito di Teresa Margherita trovò il sistema pratico su cui regolare ogni aspetto della sua vita “con ogni possibile perfezione”.

La sua natura sensibile le era di tormento, Dio diventava sempre più la figura dominante della sua vita. La sua azione purificatrice travolgeva qualsiasi ostacolo alla sua avanzata. Allorché comprese il “significato” di “Dio è Amore”, rimase stordita per diversi giorni e compiva i suoi doveri quotidiani - particolarmente quello di infermiera - ripetendo quell’unica frase che l’aveva come paralizzata. Comprese che la vera grandezza sta nell’accettare generosamente l’Amore del Cuore di Gesù, unita al quale anche una povera creatura è in grado di amare. Le consorelle che la vedono vivere ce la descrivono come una creatura che ha raggiunto il vertice del suo cammino: in un perfetto equilibrio di contegno esterno, in un costante auto-dominio che rivela una maturità spirituale pienamente realizzata, insieme ad una carità praticata abitualmente in grado eroico, sia nel suo ufficio di infermiera che in tutto il contesto di vita comunitaria (P.O., 752 v).

Unita con Dio - consapevole di Dio, perché di Dio - infinitamente amante e assetata, Teresa Margherita è ignara di sé - a se stessa nascosta – e avverte che “altro non bramo che di essere una vittima del Sacro Cuor vostro, consumata tutta in olocausto col fuoco del vostro santo Amore”. Dio l’ha esaudita. Si assiste veramente ad una divina consumazione, ad una implacabile distruzione dell’olocausto. Teresa Margherita vi si abbandona con la coerenza del suo amore paziente. Nell’anno precedente la sua morte, ottenne dal suo direttore di fare la vita nascosta di Gesù Cristo dentro di sé; il che voleva dire, non solamente vivere rimanendo come invisibile e inosservata tra le religiose, ma ancora significava essere in un certo senso occultata e ignota a se medesima e morire a sé senza saperlo e senza gustare alcun piacere di questa morte mistica e spirituale, seppellendo in Cristo ogni pensiero e riflesso anche spirituale ed esterno da sé; solo Dio imparare a conoscere e compiere questi suoi alti desideri, esercitandosi nelle più penose desolazioni di spirito.
La morte avvenne il 7 marzo del 1770; spirò col capo appoggiato e abbracciata modestamente al caro Crocifisso.