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Al Carmelo:  in casa con Edith

Non conoscevo il Carmelo di Carpineto romano. Circostanze fortuite mi hanno condotto qui. Sono nella foresteria. Una stradina silenziosa, com’è silenzioso e deserto il paesino fatto di pietre intorno a me, mi separa dall’austera dimora monacale, antica canonica di San Giovanni trasformata per iniziativa di giovani monache provenienti dal Carmelo di Sutri, nell’aprile 1979.
Tutt’intorno,  a mo’ di corona, l’ubertoso ed assorto trascorrere dei Monti Lepini.
Dal complesso sono solo apparentemente distaccata: una fitta trama di ore di preghiera e di pasti, regola e scandisce il mio riandare tra salita e discesa.
Ma è sempre risoluta ascesa, come d’altronde è congeniale a questo luogo. 
E c’è un altro genere di coinvolgimento, di cui non sono sorpresa: dappertutto intorno a me ed in maniera forte, amichevole, intrigante sento la tua presenza di donna e di credente, Edith.
E la memoria, con istinto rapido e deciso, mi riconduce a quella notte. Fatidica e decisiva notte.
Eri dai tuoi amici, i Conrad-Martius, nell’estate del 1921;  una sera ti capitò fra le mani  l’autobiografia di Teresa d’Avila: ti inchiodò; ti avvinse.
Da troppo gemeva dentro te una domanda di verità: ti mordeva al punto da non poterla più eludere.
Con cuore ed intelligenza vigili ed assetati, viaggiasti tutta la notte tra le righe di quel libro inseguendo una risposta che, forse, presentivi, insospettatamente intima e vicina.
E l’alba che ti sorprese, dopo quella supplice oscurità, non fu meno stupita dell’evidenza che folgorò te, a conclusione di quelle pagine, costringendoti ad esclamare determinata e certa: questa è la verità!
Dio basta! Dio solo basta!
… mi pare di vederti:  vinta, disarmata, sorpresa, acquietata, alfine, da una singolare verità donata …   tu … la fenomenologa e pedagogista acuta, allieva brillante ed assistente di Husserl … l’ingegno tenace e pronto vinto dalla scarna ed essenziale verità che da sempre brucia il cuore delle creature … tu, promessa e riferimento nel fervore speculativo del tempo, ricondotta all’insospettata essenzialità evangelica.
Quale forza e quale torrente rivelativo ti ha attraversato l’anima quella notte insonne e decisiva!
Immensità della condiscendenza di Dio!  Bellezza della creatura rigenerata dall’Amore!
Fu davvero una svolta travolgente … una verità radicale ed estrema per una giovane ebrea che si professa atea.
E quanto fosse radicale la frontiera che oltrepassasti, lo testimoniò la tua vita.
Vennero ad arrestarti al monastero  di Echt  in Olanda … prendesti per mano la tua sorella Rosa e dicesti: Veni! Andiamo a morire per il nostro popolo!
Questa frase mi si è stampata nell’anima: è diventata per me icona della tua solida e fascinosa personalità credente, tratto identitario nel quale armoniosamente coesistono il  vigore contemplativo per la Croce e l’eredità indeclinabile di figlia di Israele.
Ora lo so. Lo so bene. È proprio questo che gioiosamente mi ha sorpreso di te.
La motivazione che Giovanni Paolo II, nel Duomo di Colonia, quel 1º maggio del 1987, addusse a motivo della tua beatificazione, è confortante:   "una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".
La stessa motivazione che valse, peraltro, anche a sormontare l'ostacolo canonico (il miracolo) per dichiararti santa.
Ti osservo. Il tuo sguardo svela e nasconde. Non è stato facile. La lotta ti ha segnato.
Sì. È così! Ti ha conquistato l’infinito bene che cercavi …  ti ha avvinta e convinta la sapienza che interrogavi … ti ha colmato di quiete ed amore Colui cui anelavi e verso il quale ogni vivente dirige come a sua stabile dimora …
In sovrabbondanza di felicità e grazia.
Edith … Edith Stein … Teresa benedetta della Croce … filosofa e carmelitana … morta perché ebrea e cristiana …
Edith …  la mia amica per la quale gioisco e con la quale guardo Cristo … Edith che ha tenacemente cercato ed ha trovato il suo sommo bene.
Ma … ma … è inevitabile! Un’ombra furtiva ora si insinua. Una consapevolezza acuta e cruda si fa strada, questa: un’eredità storica fratricida ci accomuna …
E non ne siamo usciti. Siamo ancora e tenacemente malati o portatori sani  del virus di insofferenza ostile che ha armato l’odio millantato per fede.  Un’animosità tenace ed inspiegabilmente miope persiste ed avvelena, tutt’ora, la serena coesistenza anche e nonostante l’efferato trascorso storico recente. ( ancora stamane, alla proclamazione del Vangelo, una pia voce stizzita accanto a me: ‘sti ebrei …)
No! Non ne siamo immuni. Tutt’altro. Dobbiamo ancora un’autocritica seria e responsabile ad ogni livello di comunità cristiana. Rimane ancora il dovere di coraggiosa ed onesta consapevolezza e conversione. Solo questa condizione previa può accompagnare e ricostruire la sovranità misteriosa, e plurale, dell’unico popolo di Dio, testimone fra le genti.
Nonostante il mistero del male. Ed in forza del mistero di misericordia.
Dio di verità e grazia, fa’ dei due un solo popolo. Così sia.
Emanuela 
                  
Edith Stein, filosofa fenomenologa e pedagogista tedesca, ebrea, attiva sostenitrice dei pari diritti alle donne, monaca carmelitana, nasce a Breslavia il 12 ottobre 1981- muore ad Auschwitz il 9 agosto 1942; si convertì al cattolicesimo dopo un periodo di ateismo;  arrestata in Olanda dai nazisti fu rinchiusa nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dove, insieme alla sorella Rosa, carmelitana anche lei, trovò la morte.