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B. Angelo Paoli/Lettera Generale PDF Stampa E-mail
Vi raccomando i miei poveri e i miei malati…

 Lettera del Priore Generale P. FERNANDO MILLÁN ROMERAL
a tutta la Famiglia Carmelitana in occasione della beatificazione di Padre Angelo Paoli


19 marzo 2010 Solennità di San Giuseppe

Introduzione

         Il Carmelo oggi estende i suoi diversi rami e gruppi nei cinque continenti ed è presente in culture e contesti sociali assai differenti. Numerosi carmelitani accanto a forme di apostolato più convenzionali (parrocchie, collegi, case di spiritualità) svolgono un lavoro encomiabile nel campo della giustizia e della pace, nella promozione sociale, nell’assistenza ai più svantaggiati.

Ormai da vari decenni esiste nell’Ordine una Commissione generale di “Giustizia, pace e integrità del creato”; il Carmelo ha preso coscienza della propria identità e della dimensione profetica del carisma, che ci guida a scoprire le tracce della presenza di Dio nei poveri e nei diseredati. Dato che questa presenza appare talvolta sub contrario (nell’oppressione, nella miseria, nella sofferenza…), solo un profondo sguardo contemplativo, illuminato dalla fede e pieno di carità, permette di avvicinarci ad essa con la tenerezza e la fiducia dei credenti, con la fede dei mistici, e con l’impegno trasformatore dei profeti.

            Ebbene, questo lavoro per le persone più povere e più bisognose delle nostre società moderne riceverà impulso e troverà un esempio stupendo nella figura del Venerabile Angelo Paoli, che sarà beatificato il prossimo 25 aprile a San Giovanni in Laterano in Roma. La sua beatificazione costituirà un motivo di gioia e di sano orgoglio per tutta la famiglia carmelitana, che vede un altro dei suoi figli elevato alla gloria degli altari.

            Negli ultimi tempi abbiamo avuto la gioia di vedere altri carmelitani beatificati o canonizzati: la Madre Curcio e la Madre Scrilli, fondatrici di due congregazioni carmelitane italiane, un gruppo di martiri spagnoli del secolo XX, la Madre Candelaria di San Giuseppe, fondatrice delle carmelitane venezuelane, e Nuno di Santa Maria. Ciascuno di loro sottolinea una sfumatura del carisma carmelitano e ci mostra la possibilità di viverlo in pienezza nell’oggi.

Tutti sono un esempio e un dono per il Carmelo dei nostri giorni.

            La testimonianza di questo Carmelitano vissuto tra il secolo XVII e il XVIII è assai suggestiva, perfino provocante e mantiene, nonostante la distanza temporale che ci separa da lui, una grande attualità. Abbiamo già indicato in altre occasioni che queste beatificazioni non sono la mera evocazione di un passato glorioso, né un’attività “archeologica” (una specie di recupero di fossili), ma un segno vivo che ci interpella, ci interroga sul nostro presente e ci
illumina offrendoci un orientamento per il futuro.

            Perciò, invito tutto l’Ordine del Carmelo e la famiglia carmelitana nel suo insieme a vivere con gioia questa beatificazione solenne, a ringraziare Dio per questo riconoscimento ufficiale da parte della Chiesa della santità di uno dei nostri fratelli, e ad approfondire la conoscenza della vita e della testimonianza del nuovo Beato. A lui affido in maniera speciale tutti i carmelitani (religiosi, religiose, laici, gruppi, ecc.) che vivono e lavorano in zone povere e contribuiscono ad alleviare le condizioni di vita dei più abbandonati. Il Signore li benedica, per
intercessione del Beato Angelo, e li accompagni in questo compito così difficile e così necessario.

*****
            1. La disponibilità di un frate

            Il P. Angelo Paoli nacque il 1 settembre 1642 ad Argigliano, villaggio del comune di Casola in Lunigiana, non lontano da Fivizzano. Al battesimo ricevette – quasi come una premonizione – il nome di Francesco, il poverello di Assisi. Come lui, anche Paoli si sarebbe innamorato di Madonna Povertà, e l’avrebbe servita con tutta l’anima. Fu un ragazzo pio e devoto, e sin da giovanissimo si mostrò incline alla vita religiosa, decidendosi tra le varie possibilità per il Carmelo, forse per la sua forte impronta mariana.

            La prima parte della vita religiosa del nuovo Beato trascorse in varie città della Toscana, in Italia centrale. Nella vita del giovane frate va evidenziato il fatto che egli fu inviato in luoghi assai diversi e svolse differenti ministeri nella sua Provincia: fu tra l’altro maestro dei novizi a Firenze, parroco a Corniola, maestro di grammatica a Montecatini, sacrista e organista a Fivizzano e, infine, fu chiamato dal Priore Generale a Roma come maestro dei novizi, incarico che lasciò nel 1698, quando poté dedicarsi pienamente ai poveri. Non a caso,
fu chiamato viandante e girovago dell’ubbidienza.

            Da qui si deduce il primo aspetto della sua personalità che vorrei sottolineare: P. Paoli fu un uomo obbediente, aperto ai cammini di Dio e sempre disponibile alle richieste dei superiori. Di fronte all’organizzazione più strutturata delle congregazioni moderne, di fronte alla specializzazione di altre congregazioni in un ambito concreto (educazione, sanità, missioni), di fronte alla stabilità del monaco o all’intima relazione con un territorio dei sacerdoti diocesani, noi mendicanti siamo accusati frequentemente di disorganizzazione, di
improvvisazione, di carenza di un progetto a lungo termine, ecc., e, talvolta, a ragione.

Tuttavia la mendicanza ha anche una propria spiritualità. Il mendicante è più aperto ai cambiamenti, alla necessità concreta che lo porta da un luogo all’altro. Gli ordini mendicanti, con spirito itinerante, hanno conservato questa flessibilità e capacità di adattarsi alle necessità dei tempi e dei luoghi, con semplicità e abnegazione. Forse, in tal senso, anche il Venerabile Paoli ci ricorda qualcosa di essenziale per noi oggi: non possiamo rinchiuderci e ridurci a certe
forme di apostolato, a luoghi e situazioni concrete, mentre come mendicanti restiamo aperti al soffio dello Spirito, il quale ci conduce verso nuove situazioni, verso nuove necessità, verso nuove realtà sociali ed ecclesiali che richiedono la nostra presenza.

            Inoltre, il suo esempio implica – perché non dirlo? – un richiamo ai carmelitani del XXI secolo perché evitino ogni immobilismo, ogni forma di imborghesimento eccessivo, oppure la mancanza di disponibilità a servire l’Ordine e la Chiesa, e una sfida a rinnovare la nostra consacrazione religiosa.

            L’esempio del nuovo Beato illumini i nostri progetti pastorali; ci aiuti ad approfondire la nostra vocazione di frati mendicanti e ci chiami a vivere con disponibilità, apertura a generosità.

            2. Devozione alla croce e amore per i crocifissi

            Il mistero della passione, morte e resurrezione del Signore è il mistero centrale della nostra fede e l’asse su cui gira tutta la storia della salvezza. La croce è insieme domanda e risposta, oscurità e luce, simbolo di morte e di tortura, simbolo di vita per il credente. Il mistero della croce si prolunga nella nostra vita in maniera speciale e intensa nel mistero dei crocifissi: le vittime del peccato in ogni sua forma, le vittime del male, della violenza, dell’ingiustizia…

            Nel corso dei secoli il Carmelo ha avuto una devozione profonda e intima per la croce.

Basti ricordare tra molti altri esempi: San Giovanni della Croce ricorda la morte del Cristo Pastorello-amante: “su un albero … dove le sue belle braccia ha spalancato” (P VI); Santa Teresa di Gesù, battezzando arditamente la croce come “benvenuta” (P 18), ci invitava a posar lo sguardo sul crocifisso perché tutto ci “sarà facile” (7M 4,8); Giovanni di San Sansone e Santa Maria Maddalena de’ Pazzi hanno scoperto nella croce il miglior punto di osservazione per contemplare il cielo; Francesco della Croce, carmelitano castigliano del secolo XVI-XVII, si
recò in pellegrinaggio a Gerusalemme, carico di una pesante croce di legno. E ancora Teresina di Gesù Bambino e del Volto Santo ardeva dal desiderio di andare in terra di missione per piantarvi la “croce gloriosa” (Ms B, IX, 3rº); Edith Stein si immerse nell’insondabile profondità della Scienza della Croce; o il Beato Tito Brandsma predicò sopra un sudicio cassone, il Venerdì Santo del 1942, nel campo di concentramento di Amersfoort e, poco prima nel carcere di Scheveningen, aveva scritto la celebre poesia Di fronte all’immagine di Gesù nella
mia cella, dove confessava: “la Croce è la mia gioia, non la mia pena”. A questa lista andrebbe aggiunta, senza dubbio, la figura del povero frate Angelo Paoli, anch’egli innamorato della croce di Cristo.

            Il Beato Angelo Paoli visse profondamente questa devozione e la diffuse
pastoralmente lungo tutta la sua vita. Già da giovane frate trascorse alcuni mesi in
convalescenza nel proprio paese e diffuse tra i pastori delle montagne vicine questa devozione: predicando per loro con grande affetto, li invitava a piantare croci sulle cime delle montagne. Anche più avanti, quando fu parroco a Corniola, propagò questa devozione ed è assai celebre il fatto che, ormai a Roma, innalzò varie croci in luoghi assai emblematici della città, come il Monte Testaccio o il Colosseo. Approfittando della vicinanza al nostro convento di San Martino ai Monti, P. Angelo ero solito visitare la Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme
e di ritorno si fermava a visitare gli ammalati dell’ospedale di San Giovanni, ai quali portava da mangiare, servendoli nelle necessità più elementari, continuando a comunicare coraggio, distraendoli anche con spettacoli teatrali improvvisati o con un po’ di musica. P. Angelo morì baciando devotamente un crocifisso. L’iconografia ha insistito con frequenza su questo elemento.

            Il Carmelo dei nostri giorni riconosce in questa testimonianza del nuovo Beato una bella fonte di ispirazione e, ancor più, un invito provocante. La nostra vocazione contemplativa ci introduce nelle tenebre fitte delle notti oscure più dolorose e sanguinanti del nostro tempo, dove intravediamo la presenza misteriosa del Signore della vita. Ma non solo, il nuovo Beato durante la sua vita seppe “scoprire” nuove forme di povertà: povertà nascoste o povertà ignorate, di fronte alle quali la società della sua epoca mostrava poca o nessuna
sensibilità. P. Angelo ebbe la sensibilità sufficiente per percepire la sofferenza delle giovani che, prive di denaro, si vedevano condannate a restare nubili allora praticamente sinonimo di miseria; la sofferenza di coloro che abbandonavano gli ospedali, talvolta convalescenti altre guariti fisicamente, ma in ogni modo esposti alla mendicità; la sofferenza delle famiglie rovinate in seguito alle inondazioni del Tevere; la sofferenza di coloro la cui malattia veniva curata, ma pativano la solitudine, la tristezza e l’abbandono. Della sua attenzione per tutti
questi gruppi conosciamo esempi meravigliosi dalla biografia del nostro carmelitano. La sua testimonianza, pertanto, ci spinge ad aprire gli occhi del cuore, ad ascoltare le vibrazioni del nostro tempo e a rispondere con generosa solidarietà alle nuove forme di povertà ed emarginazione generate dalla nostra società.

            Negli ultimi decenni, la teologia e la prassi pastorale della Chiesa hanno sottolineato moltissimo l’importanza del povero, considerato perfino come “luogo teologico”. In un primo momento, il povero veniva considerato fondamentalmente e quasi in maniera esclusiva come “povero economicamente”, usando criteri meramente sociologici o economici. In seguito, le
teologie della liberazione hanno ampliato gradualmente la propria concezione del povero ed hanno preso coscienza di altre forme di povertà, altrettanto sanguinanti e dolorose (povertà di cultura, di affetto, di rispetto, di dignità, di orizzonti, di salute…). Forse, nei nostri giorni, il pericolo consiste nel dirottarci verso l’estremo opposto, cioè di spiritualizzare troppo il concetto di povero, dimenticando che, sebbene esistano molte forme di povertà, la povertà economica continua ad essere la più cruenta. La miseria materiale è in molti casi l’origine che
genera tutte le altre. Perciò, la povertà economica di solito è accompagnata da un terribile corteo di sofferenze, di carenze, di miserie…

L’esempio del nuovo Beato ci porta inoltre a fuggire da una devozione emotiva o
sentimentalista della croce, incapace di tradursi in modo spontaneo in un atteggiamento di servizio e rispetto, di amore e sensibilità, d’impegno responsabile per i crocifissi del nostro tempo. Una spiritualità disincarnata e spiritualista che ignora sistematicamente la sofferenza

degli uomini e delle donne di oggi, non è né vera spiritualità, né corrisponde al carisma e alla tradizione carmelitana.           
La testimonianza del nuovo Beato ci porti ad essere veri adoratori e amici della croce di Cristo, rendendoci sempre più sensibili alle sofferenze dei nostri fratelli, più impegnati a trasformare il mondo, più umani e autentici a tutti.

            3. I poveri sono i fratelli di Gesù

            Come abbiamo già indicato, P. Angelo Paoli si distinse per l’attenzione sollecita e caritatevole verso i bisognosi della sua epoca. La carità e l’assistenza dei poveri costituiscono un tratto essenziale della Chiesa sin dalle sue origini, a tal punto che molte volte l’elemosina, la carità, la dedizione generosa ai poveri e ai malati sono stati considerate caratteristiche distintive del cristianesimo.

            Anche ai tempi di P. Paoli la Chiesa aveva numerosi enti, associazioni e persone dedicate all’assistenza dei derelitti. P. Angelo si distinse eroicamente in questo servizio, al quale si dedicò con tutte le proprie forze. Però, forse, ci sono alcuni aspetti del suo lavoro che comportarono una novità, o che almeno definiscono la peculiarità del suo profilo biografico.
Ne segnaleremo solamente alcuni.

            In primo luogo, il P. Angelo si dedicò ai poveri con vera passione. Benché svolgesse molti altri servizi conventuali e apostolici, come abbiamo detto sopra, fu l’assistenza ai bisognosi ad entusiasmarlo realmente. Forse, alla radice di tale passione c’era proprio la sua spiritualità profonda e tenace. Paoli fu un uomo di orazione profonda, continua, un frate di una pietà constante e autentica, un mistico che cercava il silenzio e la mortificazione. Paoli non si
avvicina ai poveri da politico, né da ideologo, né da filantropo; per lui i poveri non sono una metafora, o il tema di un discorso, né cifre di una statistica. Si accosta ai poveri da contemplativo che vede in loro lo stesso Cristo: il Cristo sofferente, povero e crocifisso per il quale egli sentiva tanta devozione. Da qui la celebre frase che era solito ripetere con umiltà: “Chi ama Dio deve cercarlo in mezzo ai poveri”.

            Questo atteggiamento spirituale del nostro frate si tradusse immediatamente in altri atteggiamenti che ne adornarono il profilo spirituale: l’allegria conservata perfino nei momenti più difficili e che cercò di trasmettere, contagiandoli, agli infermi e ai mendicanti; la piena fiducia in Dio; la tenerezza e la considerazione con cui trattava i bisognosi, perché non si sentissero mai umiliati dalla propria triste condizione… Essi sono – e di nuovo si tratta di parole testuali del nuovo Beato – “i fratelli di Gesù”, perciò occorre trattarli “considerandoli come la stessa persona di Gesù”.

 Dunque, poiché riponeva tutta la propria fiducia in Dio, nonostante l’apparente attivismo che lo sommergeva, non perdeva mai la calma né il sorriso e soleva ripetere: “Io ho una dispensa dove non manca mai nulla…”. E così, miracolosamente, continuava ad accogliere senza stancarsi quanti bussavano alla sua porta chiedendo aiuto.

            Per assolvere a questo compito, il P. Angelo seppe rivolgersi ai potenti del tempo. Si sa bene che il povero frate, che nessun priore poté mai seriamente rimproverare perche insisteva nell’indossare il solito abito vecchio, amico dei più indigenti e straccioni della Roma barocca, ebbe anche molte buone amicizie tra i più potenti del tempo. Nobili, alti dignitari, ambasciatori e cardinali bussavano alla porta del frate carmelitano per chiedergli consiglio o per offrirgli aiuto per la sua attività caritativa. Benché in più di un’occasione disse che la relazione con i nobili e i ricchi era la sua croce maggiore, seppe trattare, da persona davvero grande, tutti con la medesima dignità, rispetto e affetto: senza affettazione servile verso i ricchi, senza altezzosità né dispetto verso i più poveri. Angelo Paoli seppe anche scoprire la povertà che talvolta si nasconde dietro la ricchezza economica.

Una volta ancora il suo esempio è istruttivo per noi oggi, chiamati come carmelitani del XXI secolo a individuare le forme di povertà non solo nei paesi del cosiddetto “terzo mondo”, ma anche nelle società occidentali, nelle quali esiste un’ampia presenza carmelitana e nelle quali, dietro un relativo benessere economico, si nascondono anche povertà laceranti di diverso tipo.

            Il Venerabile conservò sempre lo stesso atteggiamento umile, sobrio, dignitoso, franco e amabile, tanto con i più poveri e miserabili della città, quanto con i ricchi e i nobili.

Inoltre si conquistò il rispetto senza giudicarli e seppe conquistarli alla causa dei poveri, coinvolgendoli nei progetti sociali e chiamandoli, in maniera davvero profetica, con dolcezza alla conversione e alla carità in mezzo a quel mondo lussuoso e felice che strideva scandalosamente con la miseria dei poveri.

            Fu anche amico di vari Papi, soprattutto di Clemente XI. Questi si dispiacque molto per la morte di Paoli tanto da inviargli il suo medico personale durante l’ultima malattia. Lo stesso Papa avrebbe voluto che sulla tomba venisse incisa l’iscrizione “Padre dei poveri”, appellativo che gli era stato applicato sin dalla gioventù.


            4. Il servizio integrale al povero


            Un ultimo tratto della personalità del nuovo Beato, per quanto riguarda l’assistenza ai poveri, colpisce fortemente per la sua attualità. P. Angelo intuì, già all’inizio del secolo XVIII, che l’attenzione ai bisognosi doveva essere integrale senza limitarsi all’assistenzialismo o a coprire le necessità più fondamentali. Quando il nostro frate si avvicinava a i poveri non offriva loro solo da mangiare, un vestito, le cose essenziali per la sopravvivenza, ma accompagna tutto ciò con la formazione catechetica e con quella che oggi chiameremmo attenzione psicologica, soprattutto verso gli infermi, ai quali P. Angelo offre musica, teatrini improvvisati e, in definitiva, gioia e speranza.

            Converrebbe, forse, sottolineare la reputazione di taumaturgo. Infatti, dai processi apprendiamo che senza dubbio godette di una tale fama, che lo stesso P. Paoli, non solo non cercò mai, ma volutamente tentò perfino di nascondere. In questo campo dobbiamo essere più attenti con l’agiografia barocca. Più di concentrarci sulla storicità di questo o quel dettaglio biografico, la testimonianza di P. Angelo stimola noi carmelitani del XXI secolo ad assumere il senso della sua caratteristica di taumaturgo: aiutando i malati, curando le ferite, sanando situazioni difficili, asciugando lacrime, alleviando povertà e miserie, aprendo finestre su nuovi orizzonti, in definitiva facendo piccoli miracoli con la grazia di Dio…

            Molti altri aspetti del profilo spirituale del nuovo Beato si potrebbero indicare in tal senso. Menzioneremo soltanto l’austerità e la coerenza di vita (basta vedere la riproduzione della sua cella a San Martino ai Monti); la prudenza e la ragionevolezza mostrate nelle situazioni più difficili. Così pure l’interesse per la formazione dei giovani carmelitani proprio per quanto riguarda la sensibilità verso i poveri, che costituisce senza dubbio una vera sfida per i nostri processi formativi, ormai riconosciuta in diversi numeri della Ratio Institutionis Vitae Carmelitanae. La perseveranza e la costanza in questo servizio ai poveri, senza cadere nello scoraggiamento né nella stanchezza perfino nei momenti d’incomprensione e di critica, sono un vero “avviso ai naviganti” rivolto agli amanti della “solidarietà del fine settimana”, oggi assai in voga. Seppe coniugare, precorrendo di vari secoli la sensibilità della Chiesa attuale, la carità e l’assistenza con un profondo senso della giustizia.

            Speriamo che l’Ordine del Carmelo mantenga questo stesso atteggiamento di fiducia cieca nella provvidenza e di entusiasmo nel servizio creativo ai poveri di questo mondo.

Speriamo che la nostra dispensa continui ad essere piena di fede, speranza e carità. Speriamo che non vengano mai meno il nostro impegno solidale, la carità e la compassione di fronte a ogni forma di sofferenza umana.

            5. Il Carmelitano


            P. Angelo visse anche con intensità la vocazione carmelitana. Infatti, fu una vocazione ben meditata, fatta con discernimento, dato che entrò in convento dopo aver ricevuto in precedenza la tonsura e dopo aver valutato altre possibili forme di vita religiosa. Secondo i biografi, avrebbe potuto essere stata la devozione mariana ad orientarlo verso il Carmelo, l’Ordine di Maria. Ancora molto giovane visse questa profonda devozione mariana. Sappiamo che era solito recarsi nelle cappelline dedicate alla Vergine nelle campagne vicine al suo villaggio, dove si fermava in orazione per lunghi momenti.

            In seguito seppe vivere ed esprimere questa devozione con la specificità del Carmelo, specialmente attraverso lo scapolare del Carmine. Nei momenti liberi egli stesso cuciva scapolari, che diventarono famosi. È attestato che, quando P. Angelo fondò l’ospedale per i convalescenti a Roma, il notaio e gli impiegati che prepararono il contratto non chiesero denaro, ma solo qualche scapolare confezionato da lui. P. Paoli intuì la forza de questo segno semplice così amato e caro alla famiglia carmelitana.

            P. Angelo, secondo la sensibilità dell’epoca, visse con zelo la vita conventuale e i segni che servivano ad esprimere l’amore per l’Ordine, la sua spiritualità e le sue tradizioni. Amò l’abito, segno di povertà e non di distinzione, osservò con fedeltà l’osservanza religiosa, nonostante le molteplici occupazioni, fu obbediente ai superiori, fraterno e vicino ai fratelli della comunità… P. Angelo fu un carmelitano esemplare, un uomo che scoprì nella vocazione carmelitana non un impedimento né un ostacolo, ma uno sprone e una fonte di ispirazione per l’impegno sociale con i poveri.

*****

            La vita di P. Angelo Paoli, anche spogliata delle esagerazioni barocche, appare veramente eccezionale e istruttiva. In più di un’occasione sono state rilevate alcune somiglianze con la figura e la vita di San Filippo Neri. Risulta davvero commovente la scena delle ultime ore del P. Angelo, il quale, mentre agonizzava circondato dai fratelli della comunità, restò pienamente cosciente e accolse la morte con pietà e autentico spirito di fede.

Fuori, nella piccola piazza antistante il convento, si raccolsero poveri, mendicanti, straccioni, bisognosi, infermi… che desideravano dare l’ultimo saluto a colui che per loro era stato un vero padre su questa terra. Stava morendo “frate carità” o il “padre dei poveri” come lo avevano chiamato sin da giovane.

            Moriva, ma lasciava una testimonianza meravigliosa. Moriva nella città dei martiri, cantata dai poeti cristiani (purpurata pretioso sanguine). La testimonianza dei martiri aveva appassionato P. Angelo sin dal suo arrivo a Roma: moriva anche lui come un martire, come un testimone, un profeta di speranza, un autentico segno della tenerezza di Dio nei confronti degli ultimi della terra.

            La sua voce sembra risuonare con forza oggi per noi, come quando, benché tremula e affaticata nell’ultima affettuosa conversazione con l’amico Principe Girolamo Altieri, quando questi gli chiese di intercedere per la sua famiglia davanti al Signore, P. Angelo morente gli rispose con una tremenda umanità e con un certo senso di umorismo: “… ed io Le affido i miei poveri e i miei convalescenti”.

Abbiamo posto queste sue parole, adattandole, come titolo di questa lettera: siano ascoltate con emozione e attenzione in tutto l’Ordine e nella famiglia carmelitana: “Vi raccomando i miei poveri e i miei malati”. Se saremo fedeli a questo messaggio, la beatificazione di P. Angelo sarà senza dubbio un momento fecondo di riflessione, di incoraggiamento, d’impulso per il nostro servizio ai poveri del nostro tempo.

            Il Beato Angelo Paoli continui ad accompagnarci nell’impegno per i più bisognosi. Sappiamo imparare da lui e dal suo atteggiamento verso i poveri. La Madre del Carmelo, stella del mare, ci illumini e ci guidi al momento di portare avanti questa meravigliosa sfida.

 Fernando Millán Romeral, O.Carm. Priore Generale