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L’eutanasia dei bambini:  cultura della vita e della morte a confronto

La notizia è ormai  ben nota a tutti i livelli: in Belgio, con una approvazione del 70% dei cittadini è stata legalizzata nel febbraio del 2014 l’eutanasia dei bambini. Essa prevede che “ l’eutanasia possa essere applicata a minori con malattie terminali, sofferenze costanti e insopportabili (fisiche e psichiche) e una prognosi di morte prossima, che siano in grado di discernere nella propria decisione, facoltà che va accertata da psicologi e psichiatri e che vi sia il consenso dei genitori”.

 I sostenitori affermano che con le clausole poste la legge dovrebbe essere esente da abusi ed errori e rispondere  ad una “ sollecitudine umana”.

Ci troviamo di fronte ad un vero paradosso se pensiamo che proprio lo scorso anno, quando veniva approvata la legge, ricorreva  il ventesimo anniversario dall’istituzione della  Pontificia Accademia per la vita, avvenuta ad opera di Papa Giovanni Paolo II con il Motu Proprio “  Vitae Mysterium” . Vent’anni di lavoro spesi per una  promozione  della “  Cultura della vita”  sfociano nell’approvazione quasi unanime di un popolo, quello belga, di una  “ Cultura della morte”.

Mi sono chiesta che senso avesse scrivere in merito all’Eutanasia dei bambini quando dopo la sua promulgazione non si è fatto altro che parlarne in ogni luogo e modo. Sono giunta alla conclusione che non potevo non adoperarmi, si trattasse anche solo di  una piccola testimonianza, a favore di una diffusione della  “ Cultura della vita”  in un mondo in cui sta prendendo il sopravvento la “ Cultura della morte”.  

Inutile negare che il fare di una persona è conseguenza del suo essere e del suo pensiero e che l’accanimento dell’uomo contro la vita umana non è altro che l’esatto riflesso di una sua ideologia, di un suo modo di porsi di fronte alla realtà. Giustamente l’autore dell’articolo di un quotidiano, alla luce della notizia, faceva osservare che prima dell’approvazione della “ legge” forse in Belgio non vi erano mai stati casi di eutanasia dei bambini o forse solo qualcuno. E allora come può l’uomo che esclude Dio dal suo orizzonte e non si mette più in relazione con l’Autore della Vita promuovere una “ Cultura della vita”?

Credo sia importante, per fare breccia nel cuore dell’uomo, arrivare prima alla sua intelligenza e volontà inducendolo a rientrare in se stesso  e a riflettere sui suoi comportamenti,  partendo oltretutto dal presupposto che Dio ha scritto nel suo cuore la “ Legge naturale-positiva” che gli vieta di uccidere il fratello.  Ne ho avuto conferma negli anni  precedenti il mio ingresso al Carmelo quando come ostetrica  ho lavorato con entusiasmo per promuovere e difendere la vita umana nascente anche nel caso in cui presentava gravi handicap, talvolta difficilmente compatibili con la vita. Quante volte, indotte a riflettere sull’accaduto, le mamme che avevano abortito esordivano in un pianto disperato per quanto avevano commesso, spinte spesso dalla famiglia e dall’ambiente circostante. 

Credo che alla base del problema vi sia una domanda rilevante: qual è il senso di una vita, quella di un bambino nello specifico, particolarmente sofferente, in fase terminale o comunque con la prospettiva  di un futuro che si preannuncia difficoltoso e proiettato verso una dura lotta per la  sopravvivenza?

Mi ritornano alla mente le parole di Giovanni Paolo II nell’introduzione dell’Enciclica Evangelium Vitae. “  All’aurora della salvezza è la nascita di un bambino che viene proclamata come lieta notizia … ma nel Natale è svelato anche il senso pieno di ogni nascita umana” e ancora “  Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”… Egli si riferisce a quella vita nuova ed eterna che consiste nella comunione con il Padre, a cui ogni uomo è gratuitamente chiamato con il Figlio … proprio in tale vita acquistano pieno significato tutti gli aspetti e i momenti della vita dell’uomo” (EV Introduzione).

Lo scorso primo febbraio si è celebrata la XXXVII giornata per la vita e per l’occasione Papa Francesco affermava che “ I bambini e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli…” .  Mi chiedo quale futuro si possa costruire seguendo una  logica dell’individualismo e dell’efficientismo dove non sono ammesse alla vita le persone più fragili e indifese come i bambini, soprattutto se malati e gli anziani bisognosi di attenzione e di cure.