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La donna tra maternità biologica e maternalità

Introduzione
    Quando applicavo il soprannaturale al mio ambito professionale di
ostetrica mi convincevo sempre più che esisteva una stretta correlazione e
affinità tra il generare e il mettere al mondo della madre nella sfera biologica e
il mettere al mondo e il generare nella sfera soprannaturale. Più volte mi sono
ritrovata a fare una trasposizione su un piano soprannaturale, trovando
innumerevoli similitudini, delle numerose virtù e qualità umane che osservavo
nelle madri che assistevo durante la gravidanza e/o il parto. Spesso mi
soffermavo a riflettere sul graduale e affascinante processo di trasformazione
che portava la donna dall’io al loro, dal singolare o dal dualismo della coppia
alla triade madre, padre bambino. Era un processo lento che iniziava nel
silenzio e nel nascondimento dei primi mesi di gravidanza per terminare in
modo forte e dirompente con le doglie del travaglio di parto.
    Non è forse iniziata allo stesso modo la vita di Cristo nel grembo
della Vergine Madre? Spesso, dovendo assistere travagli di parto che si
protraevano per lunghe ore, la mia attenzione veniva catturata dall’alterità e
dallo spirito di sacrificio delle partorienti. E’ forse meno degno di nota lo spirito
di sacrificio della vergine che nel silenzio e nel nascondimento della vita
claustrale offre tutta la sua vita per guadagnare anime a Cristo? Era uno spirito
di sacrificio, quello delle donne gravide, che affrontavano dignitosamente.

Difficilmente se ne lamentavano se non quando il dolore era particolarmente
intenso ed in quel caso chiedevano scusa. Nella pausa dal dolore erano in
grado di occuparsi del marito, chiedevano degli altri figli o comunque si
preoccupavano delle persone che stavano loro accanto e che le stavano
assistendo. Che esempio di dedizione, di capacità di attenzione all’altro, di non
preoccuparsi di se stesse. Un apostolato a 360° implica un sapersi decentrare,
un non avere altra preoccupazione degli altri passando attraverso Dio per avere
un una retta visione della vita. Diversamente vorrebbe dire filantropia.
    Difficilmente, nonostante la sofferenza, parlavano di se stesse
durante il travaglio di parto, preferendo spesso il silenzio al lamento. A quanto
detto si aggiungeva talvolta la sofferenza di una gravidanza con complicanze o
con esiti negativi. Ha forse meno valore il dolore e la sofferenza offerta insieme
con Cristo per la salvezza delle anime di una vergine consacrata? E poi
l’immediata capacità di accoglienza della creatura appena nata. Credo non  si
senta meno accolta un’anima appena varcata la soglia di un monastero o di un
istituto di vita consacrata.

Genio femminile – dignità della donna – maternità biologica e “maternalità”

    La maternità biologica e ancor più la “maternalità” della donna
difficilmente possono essere scisse e si innestano comunque su di un peculiare
genio femminile il cui sviluppo va pienamente favorito in tutti i settori e a vari
livelli.
“E’ necessario anche che la formazione delle donne consacrate, non meno di
quella degli uomini, sia adeguata alle nuove urgenze e preveda tempo
sufficiente e valide opportunità istituzionali per un’educazione sistematica,
estesa a tutti i campi, da quello teologico-pastorale a quello professionale” .
    Nella lettera alle donne, datata 29 giugno 1995, scritta in prossimità
della quarta Conferenza Mondiale sulla donna che si sarebbe tenuta a Pechino,
Giovanni Paolo II delinea con tratti molto netti il genio femminile manifestando
una particolare gratitudine alle donne impegnate nei diversi settori dell’attività
educativa che vanno oltre l’ambito della famiglia quali:
 “asili, scuole, università, istituti di assistenza, parrocchie, associazioni e
movimenti” .
“Dovunque c’è l’esigenza di un lavoro formativo, si può constatare l’immensa
disponibilità delle donne a spendersi nei rapporti umani, specialmente a
vantaggio dei più deboli e indifesi. In tale opera esse realizzano una forma di
maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile,
per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società” .
Giovanni Paolo II afferma che la principale dimensione del progresso è quella
socio-etica che investe le relazioni umane e i valori dello spirito, si sviluppa dai
rapporti quotidiani a partire dalla famiglia ed è propria appunto del genio
femminile.
E’ fuori dubbio che S. Teresa aveva precorso i tempi attuando una formazione
che avrebbe coinvolto non solo donne del suo tempo ma, a distanza,
innumerevoli donne di altri tempi.
La maternalità di S. Teresa era così destinata ad essere ad ampio raggio; ne
abbiamo un riflesso osservando la provenienza e l’estrazione di donne prossime
ai nostri tempi che grazie a lei si sono convertite e avvicinate a Dio: Edith
Stein, Julia Kristeva…oppure di associazioni culturali che l’hanno assunta come
modello. La vera attività educativa è modello a mio giudizio di quella cui ancora
una volta Giovanni Paolo II richiama in Vita Consecrata e che davvero dovrebbe
portare la donna nella Chiesa ad una vera maternalità o azione apostolica a
360° quali sono le esigenze attuali.

“Ciò potrà tradursi in molteplici opere, quali l’impegno per l’Evangelizzazione,
l’attività educativa, la partecipazione nella formazione dei futuri sacerdoti e
delle persone consacrate, l’animazione della comunità cristiana,
l’accompagnamento spirituale, la promozione dei fondamentali beni della vita e
della pace” .       
Anche l’ultima frase citata è una perfetta riattualizzazione della maternalità di
S. Teresa se pensiamo al suo partorire le donne attraverso la scrittura.
Oltretutto S. Teresa è riuscita nella sua impresa senza possedere testi dai
quali attingere per scrivere, senza poter leggere la Sacra Scrittura o la biografia
di santi carmelitani. Sua caratteristica era un atteggiamento di apertura, di
accoglienza, di tenerezza tipici della maternalità. 

    Il discorso sull’importanza della difesa della dignità della donna non è
retorico anche per i Paesi più sviluppati e di livello culturale apparentemente
più elevato. Le problematiche sociali in cui le donne risultano essere vittime di
abuso, sfruttamento e il cui corpo è utilizzato come merce, sono evidenti agli
occhi di tutti. Non meraviglia che i Paesi occidentali o di nome civilizzati,
puntino il dito sui paesi definiti in via di sviluppo per elencare problematiche
quali l’inferiorità o la non considerazione della dignità della donna rispetto
all’uomo, la sua non alfabetizzazione, sino a farla vivere in condizioni che non
possano essere considerate degne di una persona umana.
    E’ ben noto quanto nella società attuale vi sia stata una progressiva
denaturazione della maternità biologica. Manipolazione e ingegneria genetica,
diagnosi prenatale, aborto, aborto eugenetico, tecnologie di fecondazione
assistita (inseminazione artificiale, fecondazione artificiale con
embryo-transfer), sterilizzazione, sono le problematiche bioetiche più attuali
correlate alla maternità biologica.
   Di fronte al degrado citato è inevitabile una parallela conseguente
minore considerazione della dignità della donna e della sua maternalità. La
trasposizione sulla donna e sulla coppia di tecniche messe a punto per l’ambito
zoologico e botanico come ad esempio la tecnica della fivet sottende
inevitabilmente una filosofia ed un modo di concepire la vita che permea gli
ambienti in cui esistiamo dalla famiglia, luogo della primissima educazione,
alla scuola, alle Università, agli ambienti politici e di lavoro.
Fa inorridire a mio giudizio il pensiero che il premio nobel per la medicina possa
essere stato Robert Edwards, padre della fecondazione in vitro.
   E’ una tecnica la cui messa a punto sull’uomo non può nascondere la
morte e il congelamento a 196° sotto zero di innumerevoli altri embrioni
sottolineando, per comodità, che si tratta di pre-embrioni e negando loro in
questo modo il riconoscimento di dignità di persona umana nei primi 14 giorni
di vita. Del resto il premio nobel è laureato in agraria e specializzato in
genetica animale. E’ solo con l’aiuto di un ginecologo che mise a punto la
laparoscopia per il prelievo degli ovociti e arrivò alla fecondazione
dell’embrione. Cade in questo modo tutto ciò che riguarda la procreazione
umana e la trasmissione della vita quale atto di amore tra i coniugi. Diventa
allora socialmente normale parlare di maternità sostitutiva, fecondazione
artificiale eterologa, fecondazione omologa in vitro e quantaltro come fossero
tecniche da potersi utilizzare comunemente.
    Alla luce di quanto detto mi sembra determinante il lavoro educativo
e di formazione delle coscienze cui si può e si deve mettere mano nelle scuole
e nelle Università.
Quando nella “Lettera alle Famiglie” Giovanni Paolo II affronta il problema
sull’educazione afferma che l’uomo è chiamato a vivere nella verità e nell’amore
e che ogni uomo si realizza attraverso il dono sincero di sé, sottolineando che
questo vale sia per chi educa sia per chi viene educato.
L’educazione può esser considerata un vero e proprio apostolato.
A causa della profonda relazione che si instaura tra madre e figlio sin dai mesi
della gravidanza bisogna sempre considerare una maternità biologica che va di
pari passo con la maternalità.
    Il problema della denaturazione della maternità biologica e la
presenza di surrogati di maternità nella storia di una persona la porta ad avere
inevitabilmente nella vita degli squilibri di tipo relazionale-affettivo che
difficilmente possono essere recuperati. Del resto ogni individuo proviene ed è
proiettato verso un nucleo familiare e qualora questo venga a mancare o sia
instabile la persona perde un suo naturale equilibrio. La filosofia che sottende
la denaturazione della maternità biologica e l’attuale basso livello di
considerazione della vita umana nascente saranno una delle cause future che a
mio giudizio contribuiranno a minare sempre più la maternalità e la stabilità del
nucleo familiare.

Conclusioni
    Riflettendo le personali conclusioni della mia breve esposizione,
osservo con interesse, come S. Teresa abbia operato in piccola parte anche con
me quella maternalità che ho cercato di approfondire aiutandomi forse ad
iniziare a delineare il mio volto di carmelitana. Ho ripercorso il cammino del
come sono stata generata carmelitana e del come potrò generare da
carmelitana.
    Come ostetrica guardavo sempre con profondo stupore e grande
emozione il momento della nascita. Non potevo capacitarmi di essere chiamata
ad assistere a questo momento così straordinariamente importante del dare
alla luce e del mettere al mondo, momento che si ripeteva più e più volte nello
stesso turno di lavoro. Per me era un poter aiutare i genitori a compiere o
meglio ad iniziare quella paternità e maternità che derivava loro da Dio.
Difficile dire se si trattasse solo di maternità biologica o meglio di intreccio tra
quest’ultima e la maternalità. Non credo possa essere definita solo maternità
biologica quella in cui i mesi di gravidanza prevedono una relazione così ricca
tra madre e bambino da sfociare veramente nella maternalità.
    Come docente ostetrica guardavo con grande commozione le giovani
studentesse ostetriche che parlavano con una donna in gravidanza, che
assistevano ad un parto, che prendevano in braccio un neonato, che
discutevano la tesi di laurea. Era un dare alla luce, un generare donne che
avrebbero a loro volta aiutato altre donne a dare alla luce. Si trattava
veramente di maternalità.

    Sulla soglia del Carmelo ho salutato con commozione la persona che
grazie alla sua maternalità mia aveva generata a nuova vita.
    Come novizia carmelitana guardo con gratitudine chi con la sua
maternalità mi sta generando a divenire carmelitana.
   Da maternità biologica a maternalità come ex ostetrica e carmelitana
in divenire credo che il mio nuovo impegno sia quello di pregare e adoperarmi
perché la dignità della donna venga rivalutata e considerata nella sua giusta e
piena dimensione.   
 
sr Maria Valentina della Croce (ostetrica Valentina Rossin)