Teresa di Lisieux…..una corsa da gigante!
“Non so come mi cullassi al dolce pensiero di entrare al Carmelo visto che ero ancora nelle fasce dell’infanzia!… Bisognò che il buon Dio facesse un piccolo miracolo per farmi crescere in un momento e questo miracolo lo fece nel giorno indimenticabile di Natale….
In quella notte in cui Egli si fece debole e sofferente per mio amore Egli mi rese forte e coraggiosa…
Da quella notte benedetta cominciai una corsa da gigante!… In quella notte di luce cominciò il terzo periodo della mia vita, il più bello di tutti, il più ricolmo di grazie celesti.
Gesù fece di me un pescatore di anime, sentii un grande desiderio di lavorare alla conversione dei peccatori, desiderio che non avevo mai sentito così vivamente… sentii, in una parola, la carità entrarmi nel cuore, il bisogno di dimenticarmi per fare piacere e da allora fui felice! (Ms A)
Chiamata alla santità, Teresa fa esperienza della sua piccolezza, della sua impotenza, ma non si scoraggia, anzi, vede nella sua povertà una “perla preziosa da amare”.
E più accetta la sua miseria, più scopre la misericordia di Dio e comprende di averne immensamente bisogno. “Ah, se tutte le anime deboli e imperfette sentissero ciò che sente la più piccola tra tutte le anime…non una sola di esse dispererebbe di giungere alla cima della montagna dell’amore! Infatti Gesù non chiede grandi azioni, ma soltanto l’abbandono e la riconoscenza…” (Ms B).
Per Teresa la santità è un ideale che deve incarnarsi nella vita concreta di ogni giorno fatta di piccole cose, piccoli gesti, di “nonnulla” che, se fatti con e per amore, acquistano per la Chiesa un valore infinito. La santità, così intesa, è accessibile a tutti e da tutti raggiungibile perché l’unica eroicità che chiede è l’amore che è Dio stesso in noi. “E’ Lui che, contentandosi dei miei deboli sforzi, mi innalzerà fino a Sé e, colmandomi dei suoi meriti infiniti, mi farà santa.”
Lo Spirito suscita in Teresa desideri immensi che le scaldano il cuore. Essere “sposa”, essere “carmelitana”, essere “madre” di anime non le basta più. Vorrebbe abbracciare tutte le vocazioni, vorrebbe essere missionaria, ed esserlo stata dalla creazione del mondo fino alla consumazione dei secoli e raggiungere tutti i confini della terra…… Davanti a questi desideri “più grandi dell’universo” si sente piccola, impotente. Comprende allora che la Chiesa ha un Cuore e che questo Cuore è acceso d’Amore…. “Capii che l’Amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto…che è Eterno!… O Gesù, mio amore, la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione e l’Amore!” (Ms B)
Siamo nella Pasqua del 1896, la corsa da gigante sta giungendo al culmine…
Inizia per Teresa una prova fisica e spirituale di cui lei stessa teme di parlare.
“Godevo allora di una fede così viva e chiara che il pensiero del Cielo era tutta la mia gioia”. (Ms C).
Ma ecco la notte profonda… mentre il suo corpo si va consumando dalla tisi.
Come Gesù, Teresa sarà seduta alla mensa dei peccatori, degli atei, di quelli che vivono nella notte del non senso. Mangerà con loro lo stesso pane, gustandone tutta l’amarezza. La fiaccola della sua fede resterà accesa perché questi fratelli ne possano essere illuminati e perciò salvarsi. Chiede perdono per loro…. “O Gesù, se è necessario che la tavola profanata da loro sia purificata da un’anima che ti ama, accetto di mangiare da sola il pane della prova fino a quando ti piaccia introdurmi nel tuo regno luminoso” (Ms C).
La prova durerà fino alla morte. Gli atti di fede che farà Teresa in questo periodo sono davvero tanti e straordinari e lei li vive con serenità. I suoi scritti traboccano di fede e di fiducia e nessuno si accorge del suo dramma interiore vissuto in totale abbandono al Padre.
Ma la sua missione non è finita, anzi, “sento che la mia missione sta per cominciare, la mia missione di far amare il Signore come io lo amo e dare la mia piccola via alle anime. Se Dio esaudisce i miei desideri, il mio Cielo trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo. Sì voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra fino alla fine del mondo…. Non posso riposarmi fin quando ci saranno anime da salvare… (QG 17 luglio 1897).
E al seminarista Belliere scriverà: “le prometto di restare anche lassù la sua piccola sorella… Non ci sarà più clausura, non ci saranno più grate e la mia anima potrà volare con lei nelle missioni lontane, I nostri ruoli resteranno gli stessi: a lei le armi apostoliche, a me la preghiera e l’amore…”.
