Monastero Carmelo Sant'Anna

Carpineto Romano

Rerum novarum: 135 anni di Dottrina Sociale

Ricorrono quest’anno i 135 anni dall’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, illustre carpinetano. Con questo storico documento ha inizio ufficialmente la Dottrina Sociale della Chiesa.

Leone XIII, osservando con lungimiranza la realtà sociale nazionale ed europea, avvertì l’urgenza di rispondere a due pericoli crescenti: il socialismo e il marxismo, le cui soluzioni alle problematiche dei lavoratori apparivano inadeguate alla dignità umana. Il Pontefice individuò così una “terza via”: l’impegno diretto della Chiesa a favore dei lavoratori, a tutela dei loro diritti, della famiglia e della libertà di associazione in movimenti operai.

Nell’enciclica, Leone XIII condanna fermamente lo sfruttamento dei lavoratori a scapito della loro libertà civile, religiosa e familiare, opponendosi al contempo alle ideologie materialiste e alla massoneria. Avendo a cuore la tutela dei più fragili, come le donne e i fanciulli — spesso i soggetti più sfruttati nelle fabbriche dell’epoca — il testo propone di riservare alle donne mansioni consone alla loro natura e al loro fondamentale ruolo educativo (è interessante notare come il termine “proletario” ricorra quasi venti volte nel testo: all’epoca non era un’offesa, ma il termine comune per indicare chi non aveva altra ricchezza se non la propria prole).

Alcuni stralci significativi:

«Se con il lavoro eccessivo o non conveniente al sesso e all’età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l’autorità delle leggi.» (Rerum Novarum, 29)

«Nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.» (Rerum Novarum, 29)

«Un lavoro proporzionato all’uomo alto e robusto, non è ragionevole che s’imponga a una donna o a un fanciullo. […] Certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa.» (Rerum Novarum, 33)

 

L’Enciclica “Rerum novarum” è stata pubblicata il 15 maggio 1891 e presenta la questione operaia e le trasformazioni economiche provocate dall’espansione del capitalismo industriale. Regola il rapporto fra capitale e il lavoro secondo l’ottica cristiana.

L’Enciclica è strutturata in due parti. Nella prima parte descrive il socialismo come falso rimedio alla questione operaia e nella seconda parte presenta il vero rimedio, che non può venire che dalla religione. La soluzione proposta da lui sarebbe l’unione delle associazioni. Presenta l’opera della Chiesa, l’opera dello stato e alla fine l’opera delle associazioni.

Prima parte

I socialisti, come rimedio alla questione operaia propongono la trasformazione della proprietà da personale in collettiva con l’eguale distribuzione fra i cittadini. Pretendono che si deve abolire la proprietà e di fare di tutti i patrimoni particolari un patrimonio comune.

Il Papa invece accentua il fatto che la proprietà privata è diritto di natura. Negare la proprietà è defraudare l’uomo degli effetti del suo lavoro. Non è giustizia se uno che non ha lavorato prende i frutti di un altro. Come l’effetto appartiene alla sua causa, così il frutto deve appartenere a chi lavora[1].

Il diritto individuale di proprietà privata cresce di valore se è considerato nei riguardi della famiglia, la società domestica, che è anteriore a ogni società civile, quindi ha diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato. Lo Stato non può intervenire come vuole nella famiglia, ma solo per assicurare e tutelare i diritti secondo la retta giustizia, ma non può andare oltre. Per esempio lo Stato non può annientare la patria potestà. I socialisti vanno contro la giustizia naturale perché sostituiscono alla provvidenza dei genitori quella dello Stato e così disciolgono la compagine delle famiglie.

Quindi la soluzione proposta dal “socialismo” va del tutto rigettata perché offende i diritti naturali dei cittadini, altera gli uffici dello stato e turba la pace comune.

Seconda parte

L’opera della Chiesa

Se si prescinde dall’azione della Chiesa tutti gli sforzi riusciranno vani. Prima di tutto si deve supportare la condizione propria dell’umanità: la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini. Non si possono togliere dal mondo le disparità sociali perché e una cosa impossibile.

Per riformare una società in decadenza è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l’essere. Il fine della società civile è universale perché è quello che riguarda il bene nella debita proporzione. La perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo. Derivare dallo scopo primitivo è corruzione, invece tornare allo scopo è salvezza.

Il lavoro non degrada l’uomo, ma lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l’opera propria. Dinanzi a Dio la povertà, o il dover vivere di lavoro non è cosa vergognosa. La vera dignità e grandezza dell’uomo è tutta morale. La virtù è conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli. Quello che è indegno dell’uomo è abusare del lavoro a scopo di guadagno. Non lo deve stimare più di quello che valgano le sue forze.

La vera vita dell’uomo è quella futura. Alla fine si renderà conto a Dio del buono o cattivo uso dei beni. Riguardo a questo, il Papa fa una distinzione importante tra il possesso legittimo e il legittimo uso. L’uomo non deve possedere i beni esterni come propri, ma come comuni, nel senso che facilmente li da ad altri in caso di necessità[2]. Nessuno è tenuto ad aiutare gli altri con le cose necessarie alla convivenza, ma è dovere aiutare con il superfluo i bisognosi: “Quello che sopravanza datelo in elemosina” (Lc 11,41). In casi di estrema necessità non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana. Sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Cristo.

Il rimedio per i mali del mondo è il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. Questi contribuiscono di per sé alla prosperità terrena perché attirano le benedizioni di Dio. Le premure della Chiesa non sono interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime in modo da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. La Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari creando e promovendo ciò che può concorre al loro sollievo.

Si ricorda ai capitalisti e ai padroni che le leggi umane non permettono di opprimere i bisognosi per l’utile proprio e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare la dovuta mercede è colpa che grida vendetta al cospetto di Dio. È obbligo dei padroni lasciare all’operaio tempo e comodità per compiere i doveri religiosi, non esporlo a pericoli di peccato, non imporgli lavori sproporzionati alle sue forze. Devono dare a ciascuno la giusta mercede. Secondo i contenuti del Vangelo, tutti hanno la stessa dignità della figliolanza divina e nessuno, senza merito proprio sarà diseredato dai beni celesti perché “se tutti figli, dunque tutti eredi di Dio e coeredi di Gesù Cristo”. (Rm 8,17).

Non c’è iniziativa umana che può supplire la carità cristiana, che è consacrata tutta al bene dell’altro. È una virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga soltanto dal cuore di Gesù Cristo, e chi si allontana dalla Chiesa si allontana di Gesù.

 

L’opera dello Stato

Per risolvere la questione operaia si richiedono anche i mezzi umani. I governanti devono in primo luogo concorrere in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche. Devono ordinare e amministrare lo stato per la prosperità pubblica e privata. Devono provvedere in modo uguale ad ogni ordine di cittadini, osservando con imparzialità inviolabile la giustizia distributiva: “Come il tutto e le parti in qualche modo si identificano, così ciò che appartiene al tutto in qualche modo è delle parti”[3].

Il lavoro dell’uomo ha due caratteri impressi dalla natura: è personale (perché la forza attiva è inerente alla persona) ed è necessario (il frutto del lavoro è necessario per il mantenimento della vita). Il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale ed è giusto che il governo si interessi dell’operaio facendolo partecipare in qualche misura della ricchezza che lui stesso produce. Si deve favorire al massimo ciò che può migliorare la condizione dell’operaio.

Il cittadino e la famiglia non devono essere assorbiti dallo Stato. Si deve lasciare all’uno e all’altro indipendenza di operare salvo il bene comune e i diritti degli altri. Tuttavia, i governanti devono tutelare la società e le sue parti, tenendo conto del fatto che il governo è stato istituito a beneficio dei governati, non dei governanti.

Se alla società è stato recato un danno che non si può riparare o impedire in altro modo è necessario l’intervento dello stato. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possiede. Il potere politico deve assicurare a ciascuno il suo, impedendo o punendo le violazioni. Si deve avere un riguardo speciale nel tutelare le ragioni dei deboli e dei poveri perché i ricchi essendo forti per se stesi hanno meno bisogno della difesa pubblica.

Lo Stato deve proteggere nell’operaio prima di tutto i beni dell’anima perché questa vita non è il fine per cui noi siamo stati creati, ma via e mezzo per perfezionare la vita dello spirito.

Ci sono casi particolari di intervento dello Stato che sarebbero: la difesa della proprietà privata e la difesa del lavoro (contro lo sciopero, riguardo alle condizioni di lavoro e riguardo la questione del salario). Per lo sciopero il rimedio più efficace sta nel prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo sciopero. Devono rimuovere a tempo le cause che potrebbero far nascere il conflitto tra operai e padroni. Il salario non deve essere inferiore al sostentamento dell’operaio. Conservarsi in vita è un dovere a cui nessuno può mancare senza colpa. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l’intero salario, o l’operaio non presta tutta l’opera che deve fare. Solo per proteggere questi diritti, e non per altri motivi è lecito l’intervento dello stato.

La rivoluzione ha prodotto una divisione della società in due classi: i straricchi da una parte e dall’altra i miseri e i poveri. Lo Stato deve incoraggiare l’industria con la speranza di poter acquistare proprietà stabili perchè in questo modo una classe si avvicinerà poco a poco all’altra.

L’opera delle associazioni

Per avvicinare e unire le due classi tra loro e per offrire aiuto ai bisognosi possono contribuire i capitalisti e gli operai formando istituzioni ordinate, che sarebbero le associazioni private. In questo modo le questioni operaie saranno risolte dalle loro associazioni.

Il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha dalla natura, e lo Stato deve tutelare i diritti naturali, non distruggerli. Solo quando società particolari si propongono un fine apertamente contrario all’onestà, alla giustizia, alla sicurezza lo Stato si può opporre legittimamente. Però è necessario procedere con grande cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Le leggi obbligano solo in quanto sono conformi alla retta ragione, cioè alla legge eterna di Dio[4].

Lo Stato deve difendere le associazioni legittime dei cittadini e favorire i congressi cattolici. Però, non si deve intromettere nell’intimo della loro organizzazione e disciplina, perché il movimento vitale nasce da un principio intrinseco e gli impulsi esterni facilmente lo soffocano.

Il fine delle associazioni è che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale. Si deve aver di mira come scopo speciale il perfezionamento religioso e morale e per questo indirizzare tutta la disciplina sociale. Altrimenti, le associazioni degenerano facilmente.

In conclusione, ciascuno deve fare la sua parte, senza ritardare per non rendere più difficile la cura di un male: i governanti devono dare buone leggi e provvedimenti saggi; i capitalisti e i padroni devono avere sempre presenti i loro doveri.

Il vero e il radicale rimedio non può venire che dalla religione. Tutti si devono convincere della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli argomenti stimati più efficaci si dimostreranno scarsi al bisogno.  La salvezza desiderata deve essere in modo principale frutto di un’effusione di carità cristiana, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo. San Paolo descrive questa carità con le parole: “La carità è paziente, è benigna la carità… non cerca il suo interesse… tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,4-7).

 

[1] Cfr. S. THOMAS AQ., Summa Theologiae, II-II, q. 10, a. 12, ESD, Bologna, 1988.

[2] Cfr. S. THOMAS AQ., Summa Theologiae, II-II, q. 66, a. 2, ESD, Bologna, 1988.

[3]  S. THOMAS AQ., Summa Theologiae, II-II, q. 61, a. 1, ad 2, ESD, Bologna, 1988.

[4] Cfr .S. THOMAS AQ., Summa Theologiae, I-II, q. 93, a. 3, ad 2, ESD, Bologna, 1988.

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