Monastero Carmelo Sant'Anna

Carpineto Romano

20 luglio: s. Elia profeta

Il 20 luglio l’Ordine Carmelitano festeggia solennemente il Profeta Elia, di cui troviamo la presenza nella Sacra Scrittura.

Ant. d’ingresso:
Disse Elia profeta: “vive il Signore, Dio d’Israele,
alla cui presenza io sto”. (1Re 17, 1)

Colletta
Dio onnipotente ed eterno, che hai concesso al profeta Elia di vivere
alla tua presenza e di consumarsi per lo zelo della tua gloria,
dona ai tuoi servi di cercare sempre il tuo volto,
per essere nel mondo testimoni del tuo amore.

La prima lettura (1Re 19, 4-9.11-14) racconta dello “scoraggiamento” che entro nel cuore
del Profeta Elia dopo la sfida ai profeti di baal sul Monte Carmelo.
La regina Gezabele -dichiarata empia dalla Sacra Scrittura- lo cerca per metterlo a morte.
Elia si inoltra nel deserto “desideroso di morire”. Ma il Signore con l’angelo gli invia pane e acqua. Con la forza di quel cibo camminò fino al monte di Dio l’Oreb. Qui non ha da sfidare i profeti di baal ma ha una “teofania” una manifestazione di Dio, che non era nel vento, non era nel terremoto, non era nel fuoco, ma nel “mormorio di un vento leggero”.

Nella seconda lettura (1Pt 1, 8-12) abbiamo Pietro che ci ricorda che quando si soffre non si è soli, ma Cristo è in noi.

Il vangelo di Luca (Lc 9, 28-36) abbiamo la “trasfigurazione” di Gesù sul monte Tabor alla presenza di Pietro, Giacomo e Giovanni. Mosè ed Elia discutono con Gesù della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme.

Con il salmista cantiamo: Ho sempre innanzi a me il Signore.

***
Chi è il Profeta? (1 Re 1, 6)
“È un uomo che parla in nome di Dio, che ha la capacità e il coraggio di spezzare le sicurezze che vengono dalle logiche umane per mettere davanti al popolo la grandezza della logica di Dio. Essere profeta nella storia degli uomini non è semplice: bisogna armarsi della pazienza di Dio, riannodare i fili spezzati dall’orgoglio, farsi carico della vita e delle fedeltà degli uomini. E la storia si può ricucire solo dentro di noi, nella propria storia personale, non nel tentativo di cambiare gli altri o gli eventi, ma riannodando quei fili che uniscono la storia degli uomini con la storia di Dio. Qui sta il senso e il valore della vita consacrata di cui Elia, per noi carmelitani, è simbolo.
Ci troviamo nel Regno del nord; re è Acab. Il periodo storico è uno dei più delicati della storia di Israele. Il Regno si è diviso. Nascono le grandi potenze: assiro e babilonese. Elia vede profilarsi all’orizzonte la distruzione religiosa ed ideologica di Israele e non ha paura di affrontare il re Acab il quale, manovrato da sua moglie Gezabele, vuole instaurare il culto di altri dei venendo a creare, così, un sincretismo religioso. Elia mette a repentaglio la propria vita pur di affermare l’unicità dell’unico Dio, riconducendo il popolo all’adorazione di Javhé. Va da Acab e gli annuncia una ferita che il suo regno e il suo popolo stanno per ricevere: la siccità. A quel tempo gli eventi catastrofici erano visti come una punizione di Dio. Sembra una contraddizione che il Dio della Vita procuri la morte. Com’è possibile che per la colpa del re ci vada di mezzo tutto il popolo? C’è, di fondo, una domanda che da millenni l’uomo si porta dentro: da dove viene il male? Ma a questa domanda non c’è una riposta. Molti hanno voluto vedere nel male il castigo di Dio. È da dire anche che il male, la sofferenza, sono i “luoghi” privilegiati in cui l’uomo può, se vuole, incontrare Dio, proprio perché si sente spogliato, non ha più nulla di suo, né ambizioni né progetti da realizzare né un futuro da costruirsi. In questa situazione ha soltanto due possibilità: o si dispera o ritrova il senso vero e ultimo della sua vita: Dio. Essere profeti oggi significa vivere la sofferenza come momento di relazione con Dio, di ritrovamento di se stessi. La carestia, la siccità, la morte sono conseguenze delle scelte sbagliate dell’uomo. L’uomo si fa promotore della propria distruzione quando smette di adorare Dio: Via, Verità e Vita e comincia ad adorare se stesso, la propria verità: allora è il caos. Solo la relazione con Dio apre l’uomo ad una Alterità che gli consente di servire la verità, di costruire il bene”.

“Riscoprire l’essenziale: dare spazio alla Parola e non alle parole”
“L’uomo ha bisogno di vedere, di sentire, di parlare. Fa parte del suo essere. Per questo, anche quando si incontra con Dio nelle assemblee eucaristiche, pensa che sia normale manifestare in questo modo tutta la sua creatività. Ma è un errore di fondo pensare che l’uomo debba, così, farsi “notare” e “sentire” da Dio, perché Dio ci conosce bene ed è sempre presente. Forse è il caso di chiederci se non siamo noi che dobbiamo accorgerci di Lui: ascoltarlo, cercare di vederlo, di capirlo. Per fare questo, c’è bisogno di silenzio, di ascolto, di attenzione. Talvolta la “tentazione” è quella di pensare che dobbiamo fare noi qualcosa per Dio, ma non riflettiamo che è Lui che fa “tutto” per noi…Dobbiamo solo accorgerci di questa realtà e accoglierlo. Riscopriremo l’essenziale dando più spazio a Lui. Impareremo, così, a “dare” più attenzione a Lui, alle “sue” cose a far sì che al centro della nostra vita ci sia Lui – Dio – in tutto ciò che facciamo, pensiamo, operiamo. Mettiamoci un po’ da parte e ascoltiamo ciò che Dio da sempre vuole dirci: che ci ama infinitamente e vuole che anche noi lo amiamo. E, allora, scopriremo che alcuni “modelli” – come Elia Profeta, Maria Santissima – che sembrano più “personaggi mitologici” che persone vicine a noi, sono invece attuali più che mai. Essi ci invitano alla ricerca di ciò che vale di più nella vita, di ciò che a noi “fa bene” e ci conviene in fin dei conti perché, invece di perderci, così ci ritroviamo. Non vogliamo capire che tanti idoli ci schiavizzano, non ci fanno essere veramente noi stessi, non ci fanno agire secondo coscienza perché ormai si è assuefatta e conformata alla mentalità comune dei mass-media, al modo di pensare e di agire dei più. Dobbiamo ritornare sui nostri passi, riscoprire la semplicità delle cose piccole, ma necessarie, per un cammino sobrio e sicuro nella fede”.

Una liturgia che non si deve fare e una liturgia che si deve fare: 1 Re 18, 20 – 39
“Questo testo, molto discusso dagli esegeti – antichi e moderni – che tratta dell’episodio del sacrificio di Elia e dei profeti di Baal sul Monte Carmelo, presenta degli spunti per una riflessione sulla nostra vita di fede, sulle nostre azioni liturgiche, sul nostro cammino. Non potendo riportare il testo per intero, versetto per versetto, facciamo una sintesi:
– il popolo d’Israele si è allontanato da Dio, l’unico vero Dio, per seguire Baal – divinità pagana inesistente-;
– il re Acab con sua moglie Gezabele (fenicia) hanno “abbandonato i comandi del Signore e hanno seguito Baal” (v. 18)
– il profeta Elia fa convocare da Acab tutto il popolo sul Monte Carmelo con i 450 profeti di Baal;
– il sacrificio.
Dal v. 25 fino al v. 29, c’è una minuziosa descrizione della “liturgia” dei profeti di Baal: “prepararono il giovenco, invocarono il nome di Baal” e, siccome “non si sentiva un alito, né una risposta” (v.26), “quelli continuarono a saltare”. Segue la descrizione di questa sceneggiatura – “caricatura”: “gridarono, si fecero incisioni…fino a bagnarsi di sangue”. “Passato mezzogiorno, quelli ancora agivano da invasati…ma non si sentiva alcuna voce né una risposta, né un segno di attenzione” (v.29). Dal v. 30 in poi inizia la descrizione del sacrificio a Dio, il Dio di Israele, da parte del profeta Elia. Elia si avvicinò e disse: “Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore” (v. 36-37). Il testo prosegue dicendo: “cadde il fuoco del Signore e consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere […]” (v. 38).
Sulla “filigrana” di questa scena “teatrale”, ci potremmo domandare: nelle nostre liturgie, cosa si cerca? Non si può costruire una liturgia sull’agitarsi, sull’affannarsi, sul molto da fare, sulle grida e i salti…alla stregua dei profeti di Baal. Le nostre liturgie dovrebbero avere un’unica caratteristica: il silenzio. Silenzio perché c’è una Presenza, silenzio perché c’è Dio che si dona a noi. Ogni giorno il Signore si concede a noi, ma non nel frastuono, nel caos, ma nella fedeltà, nella pace, nel silenzio. Noi, da parte nostra, ogni giorno dobbiamo preparare il nostro “sacrificio” da offrire, ma nel silenzio; ogni giorno dobbiamo ricostruire l’altare demolito insieme a Cristo, per la Chiesa, per il popolo; ogni giorno dobbiamo preparare la legna che potrebbe e dovrebbe richiamarci la Croce di Cristo; ogni giorno dobbiamo offrire al Signore la nostra preghiera che riepiloga tutta la storia dell’uomo di oggi, come quella di ieri. Ogni giorno il Signore si manifesta se trova un altare pronto, un sacrificio, della legna da far ardere, un popolo fedele.
Come cristiani prima di tutto, e come carmelitani sulle orme del nostro Padre ispiratore, il profeta Elia, dobbiamo saper vivere le contraddizioni della nostra chiamata, nella solitudine – deserto per Elia -, lontani dalla nostra patria, pellegrini su questa terra, contro la logica dei potenti, magari nell’indifferenza del popolo, soli. Ma con la certezza che il Signore si è rivelato a noi nel “mormorio di un vento leggero”, nella “musica silenziosa, nella solitudine sonora” (S. Giovanni della Croce). Il Signore, passandoci accanto, ci ha gettato sulle spalle il Suo “mantello”, dicendoci: “Va e torna, perché sai bene che cosa ho fatto di te” (1 Re 19, 20). Quella liturgia in cui c’è la Presenza silente del Signore ci rivela il Suo vero Volto e ci svela il nostro, ci rivela la nostra vocazione e la nostra storia nel piano della salvezza”.

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